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Abstract
Una proposta di indirizzo generale per la comunicazione sui temi di accessibilità, usabilità e accesso universale, che vada oltre alle modalità divisive veicolate in maniera primaria negli ultimi venti anni, dalla legge Stanca in poi. Portiamo sul tavolo della comunicazione cose come cultura, comunione di intenti e motivazioni, in una sorta di nuovo patto multilaterale, una sorta di rinnovato “Green Deal”, piuttosto che regolamenti e sanzioni (che ci devono comunque essere).
Introduzione
Vorrei mettere di nuovo sul tavolo il tema della comunicazione pubblica (istituzionale e non) e dell’accessibilità.
In questo caso l’idea di mondo inclusivo, di accesso universale, di cittadinanza attiva attraverso un mondo digitale, che permetta – ma davvero! – quell’empowerment di cui molti parlano, ma che inevitabilmente passa attraverso la reale e concreta capacità di fare cose, partecipare, agire.
Senza un’inclusività concreta, diffusa e quotidiana, l’accessibilità è soltanto un vuoto insieme di complicatissime norme tecniche, che pochi rispettano, contando anche sui farraginosi meccanismi sanzionatori – lentissimi e spesso inefficaci – del mondo amministrativo e giuridico europeo.
Le norme sono e rimangono purtroppo un imprescindibile forma di indirizzo (anche nella sua forma dell’obbligo), ma senza un cambio di percezione generale nell’opinione pubblica, il cambiamento auspicato e necessario non si produrrà, come abbiamo potuto ben constatare in venti anni dalla legge Stanca, durante i quali la portata dei risultati è – per quanto mi riguarda – molto sotto le attese e moltissimo sotto al necessario.
E ricordiamo che aziende, enti e PA sono composti di persone che vanno informate e motivate, non sono macchine astratte a cui basta un input per ottenere un output.
La resistenza al cambiamento delle organizzazioni, cosa notissima a chi si occupa di digital transformation, risiede in massima parte nelle persone, non nei mezzi.
Questo perché le persone non sono logica, ma sono fatte in maniera primaria di emozioni. Si può ragionevolmente stimare (Kahneman, LeDoux) che tra il 70 e il 90% delle nostre decisioni venga presa sotto la spinta determinante delle emozioni, e che le decisioni puramente informate e data driven siano un’assoluta minoranza (personalmente, ritengo che non esistano quasi, in contesti umani).
Le persone (e quindi le organizzazioni) sono largamente determinate da convinzioni, valori, emozioni.
Su questi aspetti emozionali, identitari e motivanti dobbiamo puntare, come spazio pubblico di formazione, non su leggi e regolamenti.
Co-involgere, e-mozionare, in-formare, comun-icare
Spezzo appositamente le parole, per mostrare quanto il linguaggio stesso sia per primo consapevole della forza gentile (penso al “nudge” – la “spinta gentile”, portata alla ribalta come termine in psicologia comportamentale dal libro di Thaler e Sunstein) del mettere in comunione, unire, creare consapevolezza e attraverso questa produrre azioni motivate.
Diamo alle persone motivi per impegnarsi al meglio, non minacce. Funziona 🙂
Comunicazione come “opinion shaping”
Per parlare di inclusione e accessibilità digitale nello spazio pubblico, trovo stimolante partire dallo “shaping” (che in inglese indica un generale “dare forma” a qualcosa), spostando l’attenzione sul concetto – fondante nella comunicazione – di “opinion shaping”.
Si tratta di una forma di ingegnerizzazione del consenso, che non è propaganda, ma presenza attiva e consapevole nello spazio della comunicazione pubblica, che ha il preciso e dichiarato scopo di formare le opinioni, indirizzare il dibattito, rendere autorevole (ma non autoritaria) la propria voce, e portare avanti in maniera efficace la propria idea di mondo.
Quell’idea di mondo che ho esplicitato prima nell’introduzione, e che intendo portare avanti nelle mie azioni quotidiane, come consulente ed esperto di accessibilità che vorrebbe produrre un cambiamento significativo in questo senso.
L’opinion shaping in ambito comunicativo è un prestito da un concetto psicologico – in particolare dell’approccio della psicologia cognitivo-comportamentale – con notevoli ricadute positive in ambito educativo, che è esattamente quello che intendo qui perseguire: un cambiamento di prospettiva nelle persone che compongono e guidano a molti livelli la società, per ottenere un cambio di approccio e azione in una sufficiente “massa critica” della popolazione.
E ricordiamo che il senso originario di “informare” contiene esattamente l’obiettivo di “plasmare in una determinata forma (il pensiero)”.
L’aspetto che mi interessa è primariamente relazionale e di presenza, quindi è vitale avere un piano integrato di comunicazione strategica per ottenere questo effetto di shaping/modeling, per “plasmare e indirizzare” il cambiamento sociale.
Quindi serve rimarcare e perseguire in maniera costante, attiva e consapevole un processo di riunificazione dei valori tra tutte le persone coinvolte, tra chi è incaricato di vigilare sul rispetto delle norme e chi quelle norme è chiamato a rispettarle, tra UE + Governo-AgID e PA + grandi aziende/PMI + cittadinanza, e abbandonare la narrazione mainstream di questi anni in Italia e in Europa del fatto che è un obbligo di legge e ci saranno conseguenze.
Chiunque sia un minimo scafato in questioni di prassi giuridica, sa che i meccanismi della giustizia italiana ed europea sono lentissimi, farraginosi, e spesso sfociano nell’impotenza giuridica, quindi nel nulla di fatto. un rischio abbondantemente percorribile e di certo ben calcolabile. Sia chiaro e anzi cristallino che io non intendo in alcun modo suggerire che questa sia la cosa giusta, anzi è il contrario: diciamo che sono stanco di vedere portare avanti questa posizione, senza il necessario realismo e la mera constatazione di un fatto che è semplicemente sotto il nostro naso, ogni giorno.
Ergo, la strategia degli ultimi 20 anni, per quanto mi riguarda, non è stata molto efficace, ed è assolutamente necessario un vero e proprio cambio di mentalità, un cambiamento dell’intero paradigma di approccio alla questione accessibilità.
Comunicazione come unione (vs divisione)
Quindi qui propongo un cambio radicale di prospettiva della narrazione dominante in Italia e in Europa, che passi dall’attuale “approccio normativo” alla cooperazione volontaria.
Comunicare implica etimologicamente mettere in comune e superare le divisioni: smettiamo di costruire muri di minacce, sanzioni, standard di conformità semplicemente irraggiungibili, e iniziamo a costruire ponti di consapevolezza.
Ovviamente questo cambio avviene a livello di racconto, narrazione, dialettica, e quindi comunicazione, non nei fatti: qui parliamo di comunicazione e non di azione istituzionale, di cui ho già trattato in un articolo dedicato. Questo cambiamento avviene anche con tanta formazione, e questa cosa è e sarà essenziale.
Ancora, sono convinto che nei fatti il Governo italiano con AgID e l’Unione Europea in generale debbano certamente continuare – ed anzi intensificare con ulteriori sforzi – il loro processo di normazione, vigilanza e sanzione delle irregolarità rilevate.
Detto questo, a mio avviso bisogna attutire questa narrazione altamente tossica e divisiva del “se non sei a norma sono guai”, perché essere a norma è semplicemente impossibile, nei fatti. E chiunque lavori in questo campo lo sa perfettamente.
Qui sotto: il vallo di Adriano in Gran Bretagna e l’immaginaria “barriera” di ghiaccio del Trono di Spade:
Puntiamo sulla comunione, sull’empatia, sul vantaggio personale (e quindi quello che viene definito il “sano egoismo”) – facciamo capire davvero dei temi trasversali e vitali come i seguenti:
- come e perché l’accessibilità è etica, e contribuiamo a ricostruire quel senso civico che nel nostro Paese mi pare che sia sempre troppo poco presente;
- come e perché l’accessibilità è un vantaggio concreto e quotidiano per chiunque di noi, che prima o poi inevitabilmente incappiamo in qualche tipo di disabilità, anche solo fortunatamente temporanea.
- come e perché l’accessibilità è un’occasione di business, non solo un costo, con esempi, casi studio, analisi fattuali data driven;
- come e perché l’accessibilità può e deve diventare parte di un processo collaborativo, integrato e compartecipato di progettazione di qualità, che punti al futuro e alla stabilità e alla sicurezza delle organizzazioni;
Accessibilità e inclusione come valori, non spauracchi
Senza questo, gli sforzi di AgID cadranno in massima parte nel vuoto, e l’accessibilità continuerà ad essere relegata a un fastidioso costo da comprimere, evitare, rimandare con cavilli legali e ogni mezzo/mezzuccio possibile, come accaduto negli ultimi 20 anni.
E lo spettro legale, in un contesto giuridico/amministrativo come quello italiano, in cui la giustizia è elefantiaca e inefficiente a moltissimi livelli (tanto da scoraggiare alla base molte iniziative legali peraltro sacrosante), si è già dimostrato totalmente inefficace negli ultimi 20 anni di approccio legalistico e rigoristico.
Di certo – anche in relazione al costante aumento di complessità delle WCAG, che ad ogni versione hanno più punti di controllo della precedente – non funzioneranno con scaltre aziende multinazionali o anche solo PA e PMI alle prese con scarse risorse economiche, che sceglieranno di lavorare sul contenimento del rischio e sul rimando della soluzione costosa, sapendo perfettamente che anche solo una procedura di segnalazione e richiesta da parte di Difensore Civico e/o AgID stessa, può prendere anni e probabilmente non ci saranno neppure le risorse per intraprendere (da parte dei controllori stessi) azioni legali concrete.
Basti pensare ad un procedimento sanzionatorio in cui venga invocato (anche in maniera scaltra e/o semplicemente errata) l’Onere Sproporzionato: tra tempi di segnalazione, procedura di infrazione, accesso alla causa, dibattimenti vari, ci vogliono anni e un impegno economico al massimo di 2-3 mila euro, che a fronte di lavori per decine di migliaia, è uno scambio più che vantaggioso per l’azienda o la PA di turno. Sempre che si arrivi a questo punto, cosa che spesso neppure avviene.
Quindi, oltre a quanto già delineato e proposto come soluzione in un altro mio articolo su legislazione VS realtà sul lato di controllo legale e organizzazione, sul lato comunicazione va necessariamente portato avanti un processo parallelo e fondante di modellazione delle opinioni comuni e condivise.
E questa cosa non si fa con minacce di conseguenze legali, multe, sanzioni amministrative ai responsabili di aziende e PA, ma fondando e perseguendo in modo attivo e consapevole un cambiamento generale delle opinioni in questo settore.
Le persone devono desiderare di agire questo cambiamento, devono sentirlo sulla loro pelle, deve diventare un valore naturalizzato, interiorizzato e condiviso, come l’attuale senso di responsabilità di moltissime persone nel fare la raccolta differenziata o nel non lasciare sporcizia nei parchi dopo un pic-nic, come in una famosa scena della serie TV “Mad Men”, che al pubblico odierno genera un moto istintivo di orrore.
Questo è il cambiamento che dobbiamo perseguire e se pensiamo che l’UE o il Governo italiano non abbiano la possibilità di supportare tale ampiezza di vision, nessun altro avrà le risorse e le capacità di farlo.
Questo “potere” a cui mi riferisco è di tipo istituzionale e di ampia portata sociale, quindi una capacità di azione “dall’alto”, a vasto raggio, che per sua natura appartiene alle grandi organizzazioni.
Parallelamente ai governi, abbiamo sempre e comunque la possibilità di contribuire al cambiamento anche “dal basso”, tramite azioni personali, comunicazione, proposte. E questi miei articoli sono esattamente questo: proporre una visione del mondo, un approccio, delle soluzioni di vasto respiro, che ritengo inevitabili e necessarie, per produrre un cambiamento che senza l’attiva collaborazione di una buona fetta della cittadinanza, rimarrà in larga parte inefficace.




