Abstract

Questo articolo segue le orme del precedente articolo sull’inclusività linguistica, ma esplora nel dettaglio la relazione tra linguaggio inclusivo e accessibilità digitale, a partire dai principali standard tecnici e istituzionali.

Vorrei qui analizzare in maniera serena e critica le problematiche riscontrate con le soluzioni grafico/testuali non standard e proporre alternative pratiche che a mio avviso permettono di “salvare capra e cavoli” e mantengono il rispetto per tutte le identità senza sacrificare comprensibilità e usabilità.

Accessibilità e inclusione: quando le buone intenzioni inciampano negli standard

Quando si parla di linguaggio inclusivo, la tentazione di affidarsi a scorciatoie visive – simboli come l’asterisco (*) o lo schwa (ə) – è forte: sono economici, visivamente riconoscibili e, almeno sulla carta, sembrano risolvere il problema della rappresentazione non binaria in un colpo solo.

Ma cosa succede se questi stessi simboli, pensati per includere, finiscono per escludere proprio chi ha bisogno di strumenti di supporto per accedere al contenuto?

Come sottolinea l’Accademia della Crusca, l’uso di simboli non appartenenti alla morfologia italiana genera problemi nei testi destinati a essere letti con screen reader. Software come JAWS, NVDA o VoiceOver, oggi ampiamente diffusi, non sono in grado di interpretare correttamente parole come “tutt*” o “tuttə”.

I risultati variano da lettura letterale dell’asterisco (“tutt asterisco”), a totale omissione del carattere, passando per distorsioni fonetiche che rendono il contenuto incomprensibile. L’esperienza utente ne esce frammentata, e non in senso metaforico.

La norma non è un nemico: WCAG, EN 301549 e l’arte della prevedibilità

Chi si occupa di accessibilità sa che prevedibilità, leggibilità e comprensibilità non sono semplici virtù redazionali, ma requisiti normativi.

Le WCAG 2.2, standard internazionale per l’accessibilità dei contenuti web, stabiliscono al principio 3 (“Comprensibile“) che ogni contenuto debba comportarsi in modo prevedibile e leggibile.

Lo stesso vale per la norma europea EN 301549, obbligatoria per tutte le pubbliche amministrazioni italiane e progressivamente adottata anche in ambito privato con il cosiddetto European Accessibility Act (EAA, in vigore definitivamente da fine giugno 2025), che richiede che il testo sia chiaro, coerente, e interpretabile da tecnologie assistive.

L’uso di simboli come ə o * in contesti strutturati – bandi, moduli, atti normativi, documentazione accessibile – è, in questo senso, problematico non solo da un punto di vista tecnico, ma anche legale.

Quando l’inclusione si inceppa: esperienze e controprove

In un test condotto con NVDA su Windows 11, la frase “Benvenutə a tuttə!” veniva letta come “Benvenut-e a tutt-e”, o in alcuni casi ignorata del tutto, impedendo la comprensione del messaggio. Per un utente cieco, il testo risultava paradossalmente più esclusivo di un classico (ma leggibile) “Benvenuti”.

La questione si complica ulteriormente se consideriamo i disturbi specifici dell’apprendimento. Fabrizio Acanfora, scrittore neurodivergente, ha espresso perplessità sull’introduzione dello schwa, sottolineando come simboli non codificati aumentino lo sforzo cognitivo per persone con DSA o autismo. Il testo diventa meno prevedibile, frammentato, ostile. In pratica: più difficile da leggere, più facile da abbandonare.

Infine, c’è l’aspetto della traducibilità: strumenti come Google Translate o DeepL non riconoscono termini come “studentə”, compromettendo la resa multilingue e penalizzando anche il SEO. Una forma che voleva essere più inclusiva finisce così per rendere i contenuti meno trovabili, meno leggibili, meno accessibili. E forse, meno efficaci.

Italia, laboratorio linguistico in evoluzione

Fortunatamente, il panorama italiano fornisce diverse buone pratiche.

  • Le Linee guida dell’Agenzia delle Entrate del 2020 suggeriscono un linguaggio rispettoso delle identità ma anche leggibile, evitando simboli non standard e preferendo soluzioni neutre e perifrasi.
  • L’Università IUAV e la Fondazione CIMA ribadiscono l’importanza dell’accessibilità testuale come parte integrante della comunicazione inclusiva, indicando chiaramente che l’inclusione non può andare a discapito della fruibilità.

Dalla scorciatoia al progetto: soluzioni alternative e sostenibili

Non tutto è perduto. Esistono strumenti linguistici che permettono di comunicare in modo rispettoso delle identità e al tempo stesso accessibile. L’uso di sostantivi collettivi (“la cittadinanza”), forme impersonali (“chi partecipa al bando…”), perifrasi (“le persone interessate”), e costruzioni passive (“verrà comunicato”) consentono di evitare il maschile sovraesteso e i simboli problematici.

Giochiamo! Alcuni esempi possibili

Sostantivi collettivi o astratti

Sostituiscono gruppi esplicitati con un’unica entità lessicale.

  1. i clienti e le clienti → la clientela
  2. i cittadini e le cittadine → la cittadinanza
  3. i docenti e le docenti → il corpo docente
  4. i dipendenti → il personale
  5. i giornalisti → la stampa
  6. gli studenti e le studentesse → la popolazione studentesca
  7. i turisti → la clientela turistica
  8. i partecipanti → la platea
  9. gli iscritti → l’utenza
  10. i lavoratori e le lavoratrici → il personale dipendente

Forme impersonali

Eliminano il soggetto esplicito, con costruzione generalizzante o impersonale.

  1. i partecipanti devono presentare la domanda → chi partecipa deve presentare la domanda
  2. gli interessati devono contattare l’ufficio → si invita a contattare l’ufficio
  3. i richiedenti possono accedere al servizio → è possibile accedere al servizio su richiesta
  4. gli utenti riceveranno una risposta → verrà fornita una risposta a chi ha fatto richiesta
  5. gli studenti devono compilare il modulo → è necessario compilare il modulo per partecipare
  6. i lavoratori devono indossare i DPI → è obbligatorio indossare i DPI durante l’attività lavorativa
  7. i candidati devono allegare il CV → si richiede di allegare il CV
  8. i pazienti devono attendere in sala → l’attesa avviene in sala preposta
  9. i fruitori del servizio → chi fruisce del servizio
  10. gli addetti ai lavori → chi opera nel settore

Perifrasi descrittive o sostitutive

Utilizzano costruzioni più lunghe ma neutre, sostituendo termini marcati con espressioni descrittive.

  1. gli interessati → le persone interessate
  2. gli stranieri → le persone di origine straniera
  3. i detenuti → le persone private della libertà personale
  4. i poveri → le persone in condizione di povertà
  5. gli analfabeti digitali → le persone con scarsa alfabetizzazione digitale
  6. i non udenti → le persone sorde
  7. i ciechi → le persone cieche o ipovedenti
  8. i genitori (in contesto scolastico) → le famiglie
  9. gli utenti fragili → persone fragili/vulnerabili
  10. gli anziani soli → persone in terza età senza supporto familiare

Costruzioni passive o neutre

Permettono di evitare l’identificazione del soggetto attivo, concentrandosi sull’azione o sull’effetto.

  1. i/le partecipanti riceveranno comunicazione → verrà inviata comunicazione alle persone interessate
  2. il candidato deve presentare i documenti → i documenti devono essere presentati per la candidatura
  3. gli utenti compileranno il form → il form deve essere compilato per accedere al servizio
  4. i selezionati verranno contattati → chi passerà la selezione sarà contattato direttamente
  5. i responsabili devono firmare → la firma è richiesta da chi ha responsabilità sul procedimento
  6. gli operatori invieranno i risultati → i risultati saranno inviati dal sistema
  7. gli studenti riceveranno i risultati → i risultati verranno resi disponibili online
  8. i dipendenti accederanno al bonus → il bonus sarò accessibile al personale avente diritto
  9. i candidati saranno valutati → la valutazione sarà effettuata sulla base delle candidature pervenute
  10. i destinatari del messaggio → chi riceve il messaggio

Sacche di resistenza

In alcuni contesti, il maschile sovraesteso rimane accettato come forma non marcata (es. atti giuridici o normativi), ma anche qui occorre cautela e, possibilmente, note esplicative che chiariscano l’intento inclusivo del testo.

Un riferimento per me utile è in Mediascapes journal numero 23 del 2024 nell’articolo “Comunicazione istituzionale e prospettive di genere. Uno studio sul social posting delle Regioni italiane, fra regole e pratiche“, in cui si nota che è necessario

superare l’androcentrismo della lingua italiana, pur rispettando la sua struttura grammaticale essenzialmente binaria [… E QUINDI] abbandonare il “maschile inclusivo” o il “maschile sovraesteso” a favore di una declinazione duale per espressioni legate a ruoli professionali, familiari e sociali [… MA] è importante notare come queste raccomandazioni siano state trascurate e raramente implementate nel settore pubblico per circa 15 anni.

Come ci ricorda Vera Gheno: “non si tratta di imporre simboli, ma di moltiplicare le opzioni di espressione”. Il linguaggio inclusivo è un processo, non un template da incollare.

Conclusioni (provvisorie, come ogni lingua che evolve)

Non si può parlare di accessibilità senza tener conto della lingua. E non si può parlare di lingua inclusiva senza interrogarsi su chi resta fuori. I simboli come lo schwa e l’asterisco nascono da istanze legittime, ma vanno trattati come esperimenti, non come dogmi. L’inclusione autentica è quella che tiene insieme: chi legge con gli occhi, chi ascolta con le orecchie, chi processa con altre mappe cognitive.

È tempo di superare la contrapposizione sterile tra innovazione e norma, tra rappresentazione e fruibilità. Il linguaggio può e deve essere accessibile e inclusivo. Non per magia, ma per progetto. Un progetto tecnico, linguistico, umano. E un progetto condiviso.

Abstract

Il dibattito sul linguaggio inclusivo ha assunto negli ultimi anni una centralità trasversale: dalle istituzioni culturali alle amministrazioni pubbliche, dai media ai movimenti transfemministi. A fare da detonatore, non è stata solo la crescente consapevolezza sulla varietà delle identità di genere, ma anche la necessità – penso orami inevitabile e sacrosanta – di costruire un linguaggio che non si limiti a “nominare le cose” (come fece Adamo nel Paradiso Terrestre, attuando una gerarchia di potere), ma che “riconosca le persone” (applicando un atto di riconoscimento e inclusione).

In questo scenario, simboli come lo schwa (ə), l’asterisco (*) o la vocale “u” sono diventati strumenti sperimentali, ma anche oggetti di critica.

Il punto di frizione principale? La tensione tra rappresentazione e accessibilità, tra riconoscimento e leggibilità.

Qui vorrei spendere “my 2 cents“, ovvero la mia personale opinione, su alcune posizioni ufficiali espresse da Treccani, Accademia della Crusca, Parlamento Europeo e numerosi enti pubblici italiani, provando a tracciare un percorso possibile verso un linguaggio che includa davvero senza escludere nessuno.

Senza pretese di completezza e con numerose semplificazioni (lo dico per eventuali “precisini“), questo è il punto di vista di uno che nasce come linguista e laureato su Dante, ma vive in costante prestito all’accessibilità e al mondo del Web da oltre 25 anni (come passa il tempo quando ti diverti…)

Linguaggio come terreno di conflitto e possibilità

Il linguaggio non è neutro.

Ogni scelta grammaticale, ogni omissione lessicale, ogni artificio retorico racconta una visione del mondo. Quando si parla di linguaggio inclusivo, non ci si riferisce soltanto a una questione di desinenze, ma si entra in una sfera politica, sociale e profondamente culturale.

Le parole forgiano i mondi interiori, e plasmano la realtà sociale, culturale, economica: la politica ha imparato fin troppo bene questa lezione.

Come ha evidenziato Vera Gheno in un articolato intervento pubblicato su Treccani, “non scindere i fatti linguistici dai fatti sociali” è oggi un’operazione insostenibile.

La lingua evolve perché evolve la società. E quando parti della società chiedono riconoscimento – e lo chiedono con insistenza crescente – ignorarle non è una posizione neutra: è una scelta.

In questa dinamica vediamo emergere di forme linguistiche alternative che puntano a superare il tradizionale maschile sovraesteso della nostra lingua.

Soluzioni che – va detto – non nascono nei salotti accademici, ma nelle pratiche quotidiane di comunità emarginate, nei documenti dei collettivi transfemministi, nella comunicazione spontanea online.

Tuttavia, a mio modo di vedere, non basta l’intenzione.

Il linguaggio è anche infrastruttura, e ogni modifica comporta effetti collaterali. Non è un caso che proprio Gheno, pur sostenendo la legittimità dello schwa come segnale, inviti alla cautela e alla contestualizzazione.

L’uso di simboli non standard – scrive – deve essere misurato sulla base della fruibilità: ciò che può funzionare in una newsletter informale rischia di diventare un ostacolo insormontabile in un bando pubblico o in un manuale di istruzioni.

Le posizioni istituzionali: aperture e resistenze

Su questo stesso crinale si colloca il parere dell’Accademia della Crusca.

Nell’articolo “Un asterisco sul genere”, Paolo D’Achille analizza le derive di una sperimentazione linguistica che, se non ben ponderata, rischia di trasformarsi in esercizio di esclusione involontaria.

La critica non è – come purtroppo mi è capitato di sentire, con altrettanta ideologia a priori – rivolta all’inclusività in sé, ma all’introduzione di elementi non compatibili con la struttura fonologica e morfologica dell’italiano.

O almeno, NON ANCORA tali.

L’Accademia evidenzia come l’introduzione di simboli grafici non pronunciabili, come “* o ə” possa compromettere la fruizione dei testi da parte di persone con disabilità visiva, disturbi specifici dell’apprendimento o anziani.

Insomma abbiamo la classica coperta corta: si cerca di includere un’identità, ma si rischia di escludere un’intera platea di lettori.

Anche il Parlamento Europeo (Linee guida per un linguaggio neutro rispetto al genere), prende una posizione chiara: la neutralità si può (e si deve) perseguire, ma attraverso strumenti già presenti nella lingua – perifrasi, sostantivi astratti, forme impersonali – evitando “artifici tipografici” che danneggiano la leggibilità, rendono difficile la traduzione automatica e ostacolano l’uso di tecnologie assistive.

Giusto per fare un paio di esempi, usare “cittadinanza” al posto di “cittadini e cittadine”, “persona candidata” invece di “il candidato”: sono scelte che non appiattiscono la lingua, ma la rendono più duttile, più responsabile, più aderente alla complessità.

Esperienze italiane: tra norme e pratiche

In Italia diverse amministrazioni pubbliche hanno elaborato linee guida interne per una comunicazione più inclusiva.

  1. L’Agenzia delle Entrate, ad esempio, ha scelto di non raccomandare simboli come lo schwa, ma di incentivare l’uso di soluzioni lessicali alternative, come la doppia forma solo dove necessaria, o l’impiego di astratti.
  2. L’Università IUAV di Venezia e la Città Metropolitana di Milano si spingono un po’ oltre, riconoscendo esplicitamente l’esistenza delle soggettività non binarie come pubblico destinatario della comunicazione pubblica. Ma sempre con la dovuta “prudenza” linguistica: si evitano scorciatoie tipografiche, si privilegia l’accessibilità.
  3. Un documento particolarmente interessante è quello della Fondazione CIMA, che propone un approccio tecnico-scientifico: linguaggio chiaro, inequivocabile, fruibile anche da chi utilizza screen reader. È un esempio concreto di come si possa costruire un linguaggio inclusivo senza rinunciare all’efficacia operativa, ed anzi rafforzandola.

Attivismo, tecnologia e limiti strutturali

Chi sostiene l’utilizzo dello schwa, come il progetto “Italiano Inclusivo” nel suo commento alla nota dell’Accademia della Crusca, evidenzia come la sua diffusione “dal basso” sia già una forma di legittimazione.

La tesi è semplice: se l’industria tecnologica volesse, i lettori vocali potrebbero essere aggiornati per gestire anche questo simbolo. Una provocazione fondata, che comprendo ed entro certi termini condivido, MA che ignora un elemento chiave: la standardizzazione.

Senza una codifica linguistica riconosciuta, senza norme condivise e precise, nessun produttore di sintesi vocale – specie se internazionale – si assumerà l’onere e il rischio di implementare modifiche che potrebbero non essere interoperabili o durature.

E c’è di più: lo schwa stesso, nella sua pronuncia, non ha un riferimento univoco. Alcuni lo leggono come una “e” chiusa, altri come una vocale centrale indistinta, altri ancora come un silenzio grafico. In assenza di una determinazione fonologica condivisa, qualsiasi automatismo diventa arbitrario. E l’arbitrarietà, in ambito di accessibilità, è il contrario dell’inclusione.

Infine, ricordo che la lingua è sì “dei parlanti”, ma questo avviene solo quando si struttura abbastanza diffusamente e abbastanza a lungo – e non è una cosa che si possa o debba imporre dall’alto, e al momento siamo abbondantemente al di sotto di questa “massa critica linguistica” per parlare di un cambiamento acquisibile e che possa diventare uno standard da implementare nelle Tecnologie Assistive.

Una nota sul “merito” (e su ciò che manca)

Immagine dallo spettacolo di Aldo Giovanni e Giacomo sui Bulgari a Mai dire gol della Gialappa's Bandì, in cui Marina Massironi recita il suo famoso "Brrrr... rabbrividiamo"

Recentemente, anche il Ministero dell’Istruzione e del Merito (brrr… rabbrividisco sempre a quel “merito“…) è intervenuto sulla questione. Nella nota 1784 del 21 marzo 2025 si esprime una posizione di chiusura sull’uso di simboli non canonici nella comunicazione ufficiale.

Una posizione che, nel merito, può anche essere condivisa per quanto riguarda la leggibilità e la prassi.

Ma che lascia l’amaro in bocca per ciò che tace: nessun accenno a forme alternative, nessuna apertura verso una trasformazione del linguaggio che sappia accogliere, né indicazioni operative per una comunicazione realmente rispettosa di tutte le soggettività. E ci voleva ben poco per inserire due paragrafi citando qualche fonte autorevole, cosa accuratamente evitata. E come sempre, le scelte dichiarano le intenzioni.

In un contesto politico in cui si moltiplicano segnali di chiusura verso le minoranze – dalle famiglie omogenitoriali al fine vita – l’assenza di una visione linguistica che riconosca, almeno simbolicamente, la pluralità dei vissuti è più di una dimenticanza: è una scelta politica.

Il linguaggio come tecnologia sociale

Serve allora un passo ulteriore.

Il linguaggio inclusivo non è un’operazione cosmetica, ma una tecnologia sociale.

Una grammatica non basta, se non c’è una sintassi del riconoscimento. È necessario ripensare l’intera architettura comunicativa: dai moduli online ai bandi pubblici, dalla didattica ai software amministrativi.

In questo contesto, le soluzioni lessicali – la cittadinanza, le persone candidate, l’insegnante – non sono compromessi, ma pratiche di responsabilità.

La creatività linguistica non può essere confinata alla scrittura attivista: deve diventare competenza redazionale, progettazione semantica, design dei contenuti.

E l’accessibilità non può essere solo un vincolo tecnico: deve essere principio fondante.

Conclusione

Forzare la lingua attraverso simboli non standardizzati rischia di trasformare una battaglia di inclusione in una nuova forma di esclusione. Ma chiudersi a ogni cambiamento, rifugiandosi nel presunto buon senso del maschile sovraesteso, significa rinunciare al potere trasformativo del linguaggio e alla sua condizione storica nativa di evoluzione continua, esattamente come un organismo vivente.

La strada più solida – e più difficile – è quella che passa per la riscrittura strutturale, non per il maquillage grafico.

Serve formazione, serve consapevolezza, serve progettazione linguistica.

Perché la lingua non è solo forma: è potere, e oggi più che mai, è una responsabilità collettiva.

Accedibilità: la base per ogni interazione

Il termine accedibilità non è ancora normato, ma trova sempre più spazio nel lessico professionale. Si riferisce alla possibilità effettiva di accedere a un servizio o contenuto digitale, indipendentemente da elementi che esulano dalla progettazione tecnica.

I quattro assi fondamentali dell’accedibilità

  1. Accesso tecnico: disponibilità di connessione, compatibilità dei dispositivi, aggiornamenti software.
  2. Accesso economico: sostenibilità dei costi per dispositivi, connessioni, abbonamenti.
  3. Accesso culturale e linguistico: comprensibilità in funzione del contesto sociale, culturale e idiomatico.
  4. Accesso cognitivo e formativo: competenze digitali necessarie per comprendere e usare efficacemente i servizi.

In sintesi: se un servizio non è accedibile, l’accessibilità tecnica resta una promessa incompiuta.

Accessibilità: standard, norme, impatto

L’accessibilità digitale è la capacità dei sistemi di essere fruiti senza discriminazioni, anche da chi utilizza tecnologie assistive o richiede configurazioni particolari.

Normative principali di riferimento – UE e Italia

Il cambiamento di paradigma: da ICIDH a ICF

  1. Il cambiamento di paradigma - da ICIDH a ICFNel 1980, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) introduceva la classificazione ICIDH (International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps), che rifletteva una visione medica e individuale della disabilità: una menomazione fisica o mentale generava una disabilità, con conseguente svantaggio sociale.
  2. Nel 2001, con la nuova classificazione ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health), lo scenario cambia radicalmente. Il modello diventa bio-psico-sociale: la disabilità è il risultato dell’interazione tra la condizione di salute della persona e i fattori ambientali, culturali, tecnologici e i mezzi tecnologici sono ora parte integrante del processo di abilitazione delle persone, portando individui he prima erano semplicemente visti in toto come disabili, ad essere inquadrati in una modalità funzionale, sociale, psicologica: insomma, adattiva, tra le abilità, le fasi della vita, le situazioni, le condizioni operative: il contesto e i mezzi diventano abilitanti o meno, a seconda di molti fattori.

Questo cambiamento ha influenzato in profondità anche il concetto stesso di accessibilità, spostandolo da questione tecnica a tema di equità, inclusione e giustizia sociale in seconda battuta, e a questione di cittadinanza attiva in ultima istanza.

Ma l’accessibilità non è solo una compliance normativa o una definizione dell’OMS. Rende i servizi digitali più efficaci per:

  • persone con disabilità temporanee (es. infortunio, intervento, cataratta),
  • utenti in ambienti ostili (rumore, illuminazione insufficiente, scarsa connettività),
  • chi ha barriere culturali, linguistiche o cognitive (bassa scolarizzazione, stranieri, persone con dislessia o altre forme di disabilità cognitive),
  • persone che usano tecnologie obsolete o non aggiornate (computer, tablet e telefoni vecchi, ma anche bancomat e chioschi digitali datati, ecc.).

Accessibility is not about disability, it’s about ability.Sharron Rush

Usabilità: l’esperienza utente come metrica di qualità

La usabilità è definita dallo standard ISO 9241-11 come la capacità di un sistema di essere utilizzato da utenti specifici per raggiungere obiettivi definiti, con efficacia, efficienza e soddisfazione.

I tre criteri fondamentali dell’usabilità

  • I tre criteri fondamentali dell'usabilità: efficacia, efficienza, soddisfazioneEfficacia: l’utente riesce a compiere ciò che intende fare, ovvero: arrivo in fondo al compito prefissato?
  • Efficienza: quante risorse ha dovuto impiegare per riuscirci, ovvero: ci arrivo in fondo senza fare giri inutili?
  • Soddisfazione: com’è stata la sua esperienza complessiva, ovvero: faccio il tutto senza dare di matto?

Un servizio poco usabile, anche se accessibile, genera frustrazione e abbandono.

Comprensibilità, semplificazione, standard: i principi trasversali

Questi tre fattori non sono opzionali: sono abilitanti per l’accesso e l’uso consapevole dei servizi digitali.

Comprensibilità

  • Testi chiari, ben scritti e gerarchizzati.
  • Microcopy espliciti e formati coerenti.
  • Terminologia accessibile anche a chi non è esperto.

Semplificazione

  • Rimozione del superfluo.
  • Riduzione dei passaggi e delle richieste cognitive.
  • Facilitazioni per la navigazione.

Adozione degli standard

  • Coerenza visuale e funzionale.
  • Utilizzo di design system condivisi (come l’ottimo Designers Italia).
  • Familiarità dei pattern: ciò che l’utente ha già imparato altrove, può riutilizzarlo.

“Less is more” e KISS – Keep It Simple, Stupid non sono slogan, ma principi di progettazione universale.

Fruibilità: l’obiettivo finale

La fruibilità è l’integrazione concreta tra accedibilità, accessibilità, usabilità e principi trasversali. È la misura ultima del successo di un servizio digitale.

Quando un servizio è fruibile?

  • È raggiungibile da chiunque (accedibile).
  • È conforme e senza barriere (accessibile).
  • È facile, rapido, soddisfacente (usabile).
  • È chiaro, intuitivo e coerente (comprensibile e semplice).

Progettazione universale: perché conviene sempre

Una progettazione digitale inclusiva non è solo giusta: è strategica. Oggi, pensare che l’accessibilità sia SOLO un costo è un errore strategico di grande rilevanza: è di certo un costo, e non credete a chi vi dice che integrare l’accessbility by design e by default sia uno scherzo o non abbia costi, perché è una transizione complessa e HA dei costi. Ma ha anche vantaggi molto importanti su molti altri lati, che vanno non solo a compensare lo sforzo, ma proiettano il tuo metodo di lavoro in una dimensione decisamente più produttiva, efficace, intelligente.

Alcuni vantaggi concreti

  • Normativi: conformità alle leggi, prevenzione di contenziosi, lavoro congiunto (e quindi complessivamente inferiore) tra cyber security, privacy, accessibilità.
  • Operativi: servizi più stabili, testabili, manutenibili, codice riusabile, dati facilmente condivisibili, integrazione tra i sistemi interni.
  • Economici: meno assistenza, meno spese di customer care, maggiore soddisfazione e fidelizzazione di utenti e clienti.
  • Tecnologici: interoperabilità, compatibilità futura (robustezza), sicurezza informatica (minori e più standard superfici di attacco), flessibilità e semplicità.
  • Reputazionali: migliore percezione pubblica, CSR, recensioni positive, testimonianze e advocacy del brand.

Good design is good business.Thomas Watson Jr., figlio dell’omonimo fondatore dell’IBM

Basta un click per rendere un sito accessibile? Secondo molti fornitori di soluzioni automatiche, sì: installare un widget che “sistema tutto” sarebbe sufficiente per mettersi al riparo da obblighi legali e rendere felici tutti gli utenti. Ma è davvero così semplice?

Abstract

Gli accessibility overlay – software che si sovrappongono ai siti web per correggere automaticamente problemi di accessibilità – sono sempre più diffusi, anche nel settore pubblico. Vengono proposti come scorciatoie low-cost, spesso sostenute da promesse aggressive in termini di conformità legale, inclusione e user experience. Ma la realtà raccontata da esperti, utenti e istituzioni è molto diversa: gli overlay sono inefficaci, talvolta dannosi, e possono esporre chi li adotta a conseguenze legali.

In questo articolo analizziamo il funzionamento degli overlay, cosa promettono, perché non mantengono queste promesse, quali nuovi problemi possono introdurre, e quali sono le alternative concrete. Concluderemo mostrando perché la vera accessibilità non è una tecnologia da attivare, ma un processo da costruire.

Cosa sono gli accessibility overlay

Un accessibility overlay è un software – spesso distribuito come snippet JavaScript – che viene integrato nel sito web per aggiungere un’interfaccia dedicata all’accessibilità. In genere compare come un’icona cliccabile nell’angolo inferiore dello schermo e offre funzioni come:

  • modifica dei colori e del contrasto;

  • ingrandimento dei caratteri;

  • lettura del testo a voce;

  • navigazione semplificata da tastiera;

  • riconoscimento automatico dei ruoli semantici o delle etichette mancanti.

Alcuni overlay più avanzati dichiarano di utilizzare l’intelligenza artificiale per “correggere” automaticamente problemi di accessibilità. Ma questa azione avviene solo a livello di interfaccia: il codice sorgente del sito non viene mai modificato. E questo rappresenta un limite strutturale.

Un overlay può solo “camuffare” un problema, senza risolverlo alla radice. Appena viene disattivato – o se un utente usa tecnologie assistive che lo ignorano – il sito torna a essere inaccessibile esattamente com’era prima.

Troppo bello per essere vero? Esatto.

I produttori di overlay vendono i propri strumenti come soluzioni rapide e definitive. Basta installare il widget per:

  • ottenere la conformità automatica alle WCAG 2.2;

  • mettersi al riparo da contenziosi legali;

  • evitare costi di sviluppo e consulenze;

  • migliorare l’esperienza degli utenti con disabilità.

In alcuni casi, si parla addirittura di “ADA shield” o “compliance garantita”. Tuttavia, queste affermazioni sono state più volte smentite da studi indipendenti, autorità pubbliche e organizzazioni di utenti.

Le Web Content Accessibility Guidelines (WCAG 2.2) – il riferimento globale per la progettazione accessibile – richiedono una serie di accorgimenti strutturali, semantici, contenutistici e interattivi che non possono essere garantiti da uno strato sovrapposto.

Ogni problema complesso ha una soluzione facile, immediata e… sbagliata

I problemi che gli overlay non risolvono

Tra le principali criticità che un overlay non può correggere, ci sono:

  • immagini senza alternative testuali valide;

  • codice HTML non semantico;

  • contenuti AJAX o dinamici non annunciati correttamente;

  • moduli privi di etichette accessibili o feedback coerenti;

  • mancanza di coerenza nella struttura di titoli e sezioni;

  • testi difficili da comprendere o troppo tecnici.

Molti overlay, inoltre, interferiscono con gli screen reader, rendendo la navigazione più difficile per utenti ciechi o ipovedenti. Secondo OverlayFactsheet.com, è frequente che gli overlay modifichino dinamicamente il DOM in modi che impediscono ai lettori di schermo di interpretare correttamente la pagina.

Uno degli effetti paradossali è che un sito con overlay può diventare più inaccessibile di prima.

I problemi che invece introducono

Oltre a non risolvere i problemi esistenti, gli overlay possono introdurne di nuovi:

  • Conflitti con altri script JavaScript;

  • Sovrapposizioni con strumenti assistivi nativi del browser;

  • Alterazioni dell’ordine di lettura o del focus;

  • Raccolta di dati personali senza trasparenza, in violazione del GDPR (General Data Protection Regulation).

In alcuni casi, le interfacce degli overlay impediscono l’interazione naturale con la pagina, creando confusione, loop infiniti o letture ripetitive.

Come ha dichiarato un utente non vedente in un test condotto dal team Funkify Disability Simulator:

“Il sito funzionava perfettamente col mio screen reader… finché non è apparso quel widget ‘accessibile’. A quel punto è stato un incubo.”

Il caso accessiBe e la sentenza della FTC

Uno degli episodi più significativi a livello legale ha coinvolto l’azienda accessiBe, tra i principali produttori mondiali di overlay. Nell’aprile 2025, la Federal Trade Commission (FTC) statunitense ha emesso un ordine definitivo che obbliga l’azienda a pagare 1 milione di dollari per pubblicità ingannevole.

accessiBe aveva dichiarato che il proprio strumento “garantiva la piena conformità legale”, inducendo aziende e pubbliche amministrazioni a utilizzarlo in sostituzione di strategie accessibili reali. La FTC ha stabilito che questa comunicazione era fuorviante e dannosa.

Nel contesto europeo, la Commissione Europea ha ribadito ufficialmente che gli overlay non possono essere considerati strumenti idonei a garantire la conformità alla Direttiva 2016/2102, evidenziando la necessità di modificare il codice sorgente e adottare una progettazione universale (fonte: WebAccessibile.org).

Overlay e cause legali: un’illusione di protezione

Contrariamente alla narrativa commerciale, l’adozione di un overlay non protegge dai contenziosi. Secondo il report 2024 di UsableNet, un numero crescente di cause per violazione dell’ADA è stato intentato contro siti che avevano un overlay attivo, dimostrando che queste soluzioni non hanno alcun valore protettivo reale.

Anche in Italia, alcune PA sono finite sotto osservazione da parte di AgID per l’uso di overlay non conformi, come documentato nel position paper pubblicato su Medium (link).

Marketing fuorviante e accessibility washing

Le strategie promozionali che accompagnano gli overlay rientrano spesso nel fenomeno noto come accessibility washing: una forma di “greenwashing” applicata al digitale, dove si fa apparire un prodotto inclusivo senza esserlo davvero.

Alcune tecniche ricorrenti includono:

  • uso di bollini “accessibility certified” creati ad hoc;

  • dichiarazioni vaghe come “WCAG compliant by default”;

  • testimonianze senza verificabilità da parte di utenti o enti;

  • claim intimidatori, come “senza overlay rischi una causa”.

Queste strategie hanno l’effetto perverso di scoraggiare investimenti reali nell’accessibilità, sostituendoli con scorciatoie illusorie.

La vera alternativa: accessibilità by design

La soluzione non è un widget. La soluzione è progettare accessibile fin dall’inizio. Significa adottare un approccio strutturato, progressivo, e inclusivo:

  • utilizzare codice semantico e standardizzato (HTML5, ARIA);

  • garantire contenuti comprensibili (secondo WCAG 2.2);

  • testare l’usabilità con persone reali, anche con disabilità;

  • formare designer, sviluppatori e redattori su accessibilità e usabilità;

  • adottare un ciclo di aggiornamento continuo e partecipato.

In questo contesto, strumenti come WAVE di WebAIM o l’Accessibility Checker europeo possono supportare il processo, ma non sostituirlo.

Conclusione

Gli accessibility overlay non sono una soluzione. Sono un sintomo. Un sintomo di una cultura che cerca scorciatoie invece di assumersi la responsabilità dell’inclusione. La vera accessibilità richiede ascolto, coinvolgimento, progettazione consapevole e rispetto per gli utenti. Non è un plugin da installare. È un impegno continuo da mantenere.

La seconda parte di una lunga serie di considerazioni e proposte di azione per la comunicazione sui temi di accessibilità, usabilità e accesso universale

Una proposta di indirizzo generale per la comunicazione sui temi di accessibilità, usabilità e accesso universale, che vada oltre alle modalità divisive veicolate in maniera primaria negli ultimi venti anni, dalla legge Stanca in poi.

Introduzione

L’accessibilità web non è solo una questione di inclusione sociale; è un obbligo legale.

Le normative esistenti impongono alle Pubbliche Amministrazioni (PA) di garantire che i propri siti web e servizi digitali siano accessibili a tutti, comprese le persone con disabilità.

Tuttavia, tra l’intenzione legislativa e la realtà pratica esiste un divario che merita attenzione.

Il Quadro Normativo dell’Accessibilità Web

Facciamo qui un brevissimo e super-schematico riassunto dei punti nodali a livello normativo.

Per approfondimenti sono disponibili decine di articoli dedicati sul web, e sul lato dell’ufficialità esiste la pagina “Normativa” sul sito AgID.

A livello europeo, la direttiva UE 2016/2102 stabilisce che i siti web e le applicazioni mobili degli enti pubblici devono essere accessibili a tutti i cittadini, con specifici riferimenti alle linee guida WCAG 2.1 (Web Content Accessibility Guidelines).

In Italia, questa direttiva è stata recepita con il Decreto Legislativo 10 agosto 2018, n. 106, che ha aggiornato la precedente Legge Stanca (Legge 4/2004).

Queste norme obbligano le PA a conformarsi agli standard di accessibilità, con scadenze ben definite per l’adeguamento dei contenuti già esistenti e di quelli di nuova pubblicazione.

Accessibilità Reale vs. Legislazione

Nonostante il quadro legislativo chiaro, l’accessibilità reale spesso non è all’altezza degli standard richiesti.

Questo dipende da vari fattori, tra cui:

  • Mancanza di competenze tecniche: Spesso le PA non dispongono delle risorse o delle competenze necessarie per implementare correttamente le linee guida sull’accessibilità.
  • Priorità istituzionali: L’accessibilità può essere percepita come un onere piuttosto che una necessità, e quindi viene relegata a un piano secondario.
  • Aggiornamento tecnologico: Molti siti della PA utilizzano tecnologie obsolete che rendono difficile l’adeguamento agli standard moderni di accessibilità.
  • Conflitto di interessi: Spesso chi è incaricato di controllare la conformità di un prodotto web è lo stesso che lo ha realizzato. Questo porta a situazioni di autocertificazione, dove manca un controllo esterno e imparziale, minando l’efficacia dei processi di verifica.
  • Inapplicabilità reale delle sanzioni: Anche se le sanzioni amministrative sono previste, la loro applicazione pratica è complicata dall’impossibilità di determinare il “fatturato” di una PA, un parametro normalmente utilizzato per calcolare l’entità delle multe. Questo rende difficile l’applicazione di sanzioni proporzionali ed efficaci.

Un parere informato: cosa dice il Garante

Ecco cosa dice l’avvocato Guido Scorza, componente del Garante della Privacy:

Sanzioni e Applicabilità nella PA

Le sanzioni previste per le PA che non rispettano le normative sull’accessibilità web sono chiaramente delineate, ma la loro applicazione è spesso più teorica che pratica.

Il Decreto Legislativo n. 106/2018 prevede sanzioni amministrative per le inadempienze, che possono essere elevate fino a diverse migliaia di euro.

Tuttavia, il meccanismo di applicazione di queste sanzioni non è sempre efficace per vari motivi:

  • Monitoraggio insufficiente: Sebbene esista un sistema di monitoraggio, la mancanza di risorse economico/organizzative/umane dedicate a questa attività ne limita l’efficacia.
  • Processi burocratici complessi: L’applicazione delle sanzioni richiede spesso lunghe procedure burocratiche, che possono scoraggiare l’attivazione di provvedimenti correttivi, nell’ottica del miglioramento dei servizi.
  • Responsabilità diffusa: La responsabilità per l’accessibilità web è spesso distribuita su più livelli gerarchici, rendendo difficile identificare un singolo responsabile.

Responsabilità, Bonus e Scatti di Carriera

L’accessibilità web non dovrebbe essere vista solo come un obbligo, ma come un’opportunità per migliorare i servizi pubblici e, indirettamente, premiare il merito all’interno della PA, con diversi meccanismi, con impatti positivi o negativi a seconda di tipologia e andamento:

  • Responsabilità: Le figure responsabili dell’accessibilità, come il Responsabile della Transizione Digitale (RTD), gli esperti interni WAE o i Disability Manager, devono garantire che i processi interni siano conformi alle normative. Il mancato rispetto degli obblighi può portare a sanzioni personali o disciplinari, soprattutto in caso di grave negligenza.
  • Bonus: Le amministrazioni che dimostrano un alto livello di conformità agli standard di accessibilità possono beneficiare di bonus o finanziamenti aggiuntivi. Questi incentivi possono essere utilizzati per ulteriori miglioramenti tecnologici o per premiare il personale coinvolto.
  • Scatti di Carriera: Implementare efficacemente l’accessibilità può anche influire positivamente sugli scatti di carriera del personale. Le competenze specifiche in materia di accessibilità stanno diventando sempre più rilevanti, e chi dimostra di possederle può essere favorito nei processi di avanzamento.

La mia proposta

Nella mia personale visione, continuare sull’attuale strada “normativistica” (mi si passi il termine) – che ha prodotto ben scarsi risultati finora – continuerà a non produrne in futuro, in barba anche alla scadenza del giugno 2025 (ex Direttiva UE 2019/882, nota come “EAAEuropean Accessibilty Act“), quando gli obblighi di accessibilità si estenderanno a livello europeo anche ad aziende e privati.

Per chi vuole approfondire i temi generali dell’efficacia (molto scarsa) di questo approccio, propongo la lettura di un articolo pubblicato su Medium dall’amico Jacopo Deyla, che punta ad un cambiamento di mindset, che potrei riassumere nello slogan “da conforme ad accessibile“: passare da una prospettiva normo-centrica ad una – oh, guarda caso – centrata sull’utente (UCP – User Centered Perspective?).

Detto questo, e rispettando e condividendo il punto di vista di Jacopo, voglio andare oltre.

Propongo di dare una spinta (decisa ma gentile) a quel coraggio istituzionale che è anche e sopratutto visione di insieme, per imprimere una direzione visibile e concreta su questi aspetti all’intero Paese.

Parliamo di organizzazione, strumenti, mindset

Da 20 anni applichiamo e perseguiamo una dottrina punitiva, quasi ideologica, della “conformità dura e pura” senza tener conto di contesti operativi (formazione, risorse, tempo, soldi), “pesi” diversi – e relativi diversi impatti nella fruibilità reale per l’utenza finale – degli errori di accessibilità rilevati, la ormai universalmente riconosciuta impossibilità reale di essere pienamente conformi agli standard (ovvero le WCAG 2.x e la ISO 301 549), che con le oltre 150 tipologie di errore possibili da verificare e gestire, rendono di fatto un’irraggiungibile chimera la conformità – che ricordo essere dichiarabile per legge solo se vi sono zero errori presenti globalmente nell’intero sito.

Tant’è che il monitoraggio dell’accessibilità di AgID, ci mostra come circa il 40% dei siti si dichiara conforme – cosa palesemente falsa se anche si fa un veloce test a campione dei siti che lo hanno dichiarato, e cosa desumibile dalla complessità definita nel paragrafo precedente – mentre dovrebbero dichiararsi almeno “parzialmente conformi”, se non “non conformi”.

NOTA: anche su questo concetto grava un grosso problema metodologico, ovvero che un sito si considera “parzialmente conforme” se gli errori sono inferiori al 50% dei criteri di successo, “non conforme” se gli errori superano il 50% dei criteri di successo, ma senza guardare al “peso” relativo negli effetti reali di fruibilità degli errori (un problema di focus visibile che esce di qualche pixel dallo schermo su un lato non è la stessa cosa di un intero menu in javascript a comandi mouse-only e senza supporto della tastiera);

Ancora, il 99% dei PDF allegato ai siti risulta, sempre dal monitoraggio, non conforme e quindi inaccessibile a livello legale. E non sono l’unico, né il primo, ad accorgersene, si veda questo articolo sul tema PDF accessibili sempre di Jacopo, questa volta su Pulse di Linkedin.

La vera digitalizzazione dei documenti passa dalle persone e dai processi.

Una proposta su 3 pilastri

Bisogna lavorare su una vision in prospettiva a 5-10 anni, che preveda 3 pilastri:

  1. Vision strategica a livello di sistema-Paese

    Questo richiede vision politica, tanti soldi (moltissimi potrebbero essere recuperati in un secondo momento tramite le sanzioni, andando verso un regime di auto-alimentazione economica del sistema-Paese dell’accessibilità, gestito e indirizzato dall’Agenzia, in un circolo virtuoso di recupero risorse e reinvestimenti), tanti professionisti presenti in modo stabile su progetti di ampio respiro, sia tecnico che temporale.

    1. Per questo, bisogna in primis dotare AgID della capacità diretta di gestire questo imponente meccanismo e di irrogare sanzioni, come fa il Garante della Privacy, ma il tutto su scala adeguata al compito (monitoraggio e gestione sanzioni su centinaia di migliaia di siti), il che vuole dire:
      1. strumenti di analisi massiva adeguati (penso al validatore MAUVE++, attualmente sviluppato come testing tool in collaborazione col CNR, che potrebbe essere un tassello importantissimo di questa strategia di medio periodo, se sviluppato opportunamente),
      2. gruppi di lavoro ben dimensionati a livello numerico e come distribuzione di specializzazioni: penso alle aree sys admin, reti e programmazione, IT e cyber security, data science, data mining e data visualization, business intelligence, privacy e legal, front e backend developement, WAE e UX/UI design, scrittura efficace e comunicazione, copy e SEO, internazionalizzazione e interculturalità, digitalizzazione documenti e processi, formazione specialistica e documentazione tecnica; come dimensionamento numerico immagino una folta schiera di preparati specialisti e specialiste, nell’ordine delle centinaia di persone, tra tutti.
      3. organizzazione vasta ed efficace, con relativo supporto economico e politico su medio/lungo periodo: anche qui l’apparato di AgID dovrà essere largamente integrato con PM tecnici specializzati in progetti digitali su ampia scala, figure di raccordo lato finanziario/amministrativo/legale,  personale di supporto, personale dedicato alla digitalizzazione completa di processi interni e ambiti documentali.
    2. Bisogna certificare a sua volta l’intero processo di validazione/verifica/certificazione dell’accessibilità: ad oggi chiunque può dichiarare quel che vuole, di fatto:
      1. non ci sono albi di certificatori verificabili, quelli che hanno le competenze e una certificazione WAE attiva secondo la norma UNI 11506 (2017) con profilo correlato alla UNI 11621-3 sono poche decine di persone, ma ne serviranno migliaia nel giro di un paio di anni al massimo;
      2. non ci sono strumenti di appoggio sufficientemente robusti per servire allo scopo (penso sempre a MAUVE++), e bisognerebbe costruirli – “iniziando ieri”, come si suol dire;
      3. non esiste una codifica di processo che permetta di dire con chiarezza “prima fai X, poi Y, infine Z” – si veda anche la nota di qualche paragrafo precedente, sulla totale aleatorietà della distinzione tra parzialmente conforme e non conforme.
      4. non esiste un sistema di verifica a valle che sia pubblico, affidabile, dettagliato e sufficientemente automatizzato da permettere un’azione di crawling massivo di questo tipo su un numero sufficientemente vasto di siti e pagine (parliamo di decine di milioni di pagine, usando tecniche a campione, per l’intero corpus nazionale).
        MAUVE++ è un bellissimo prospetto, ma va riprogettato e riscritto dalle fondamenta, quindi aggiornato e integrato su molti aspetti (alimentazione dei dati, gestione della granularità delle informazioni, reportistica e output delle informazioni lato data visualization, testing e debug, multilingua, ottimizzazione, scalabilità  e carico, sicurezza e hardening, interfaccia, usabilità e accessibilità, versione mobile, aderenza alle linee guida del design system di designers .italia, documentazione, trasparenza con pubblicazione del codice, integrazione di strati di IA per estendere la sua capacità di “lettura” dei dati più complessi), prima di essere davvero uno strumento utilizzabile a scopi di gestioni su larga scala.
  2. Formazione e gruppi di lavoro

    Formazione diretta alle PA e coinvolgimento (ove possibile e opportuno) come tester del personale interno più adeguato e potenzialmente motivato (penso alle persone con disabilità, che vengono “colpite” più di altri dai problemi di accessibilità).

    Che cosa ho in mente?

    1. Penso qui ad una terza figura specialistica – oltre all’RTD e al Disability manager – che sia interna alle PA e che venga opportunamente formata da AgID, e presieda questi asset digitali (ormai cruciali), fornendo competenze di qualità che siano appunto interne all’Amministrazione stessa.
    2. Questa figura, che possiamo qui chiamare RAD (Responsabile Accessibilità Digitale), si identifica con una persona che abbia il compito di essere formata come WAE in seno agli appositi metodi, programmi e procedure identificate come standard de facto da AgID, e svolga i compiti di consulenza e controllo, sia a monte che a valle di affidamenti esterni e progetti interni, per le vaste e onnipresenti tematiche di accessibilità, interfacciandosi anche con l’area legale per la privacy e quella IT per la security, chiudendo positivamente il triangolo del design system di qualità.
    3. Il RAD sarà ovviamente presente solo nelle Amministrazioni che possono avere la giusta complessità e capienza di organico, ma sarà “prestabile“, nei limiti e termini previsti dal CAD, alle altre PA più piccole e con meno risorse che ne faranno richiesta, aumentando quindi anche un processo collaborativo nazionale e di innalzamento generale della qualità dei servizi anche dove questa qualità non è perseguibile per onere sproporzionato o semplicemente eccessivo.

Questo approccio ha diversi vantaggi:

      1. Nel tempo, il personale formato fa da controllore della qualità e rispondenza ai requisiti dei nuovi progetti affidati a terzi con bandi, potendo anche far finalmente valere quella benedetta clausola di nullità (articolo 4 della legge Stanca) se il prodotto consegnato non è conforme agli standard di accessibilità, e potrebbe anche lavorare nella determinazione delle caratteristiche di accessibilità del progetto in fase di stesura dei capitolati di bando, con maggiori competenze, dando quindi origine a bandi scritti meglio e più chiari in questo senso.
        Il tutto aumentando le competenze interne e risparmiando giornate di consulenza di esperti esterni.
      2. Si motivano grandemente persone che normalmente vengono relegate un po’ ai margini dell’apparato amministrativo, dando loro la giusta importanza e centralità, stimolando il lavoro di squadra, l’apprendimento di nuove competenze, la partecipazione attiva alla crescita del gruppo di lavoro, dando grande spinta alla costruzione anche per le PA di quello che viene chiamato “employee branding“, della cui importanza molti stanno finalmente cominciando ad accorgersi.
        Anche qui, inutile dire il risparmio nel tempo in termini di gruppi di test, consulenze, verifiche, validazioni, consulenze varie ecc.
      3. Ancora, ragionando a livello sistema-Paese, le centinaia di gruppi di testing sparsi nelle migliaia di PA centrali e locali (PAC e PAL), costituiranno una preziosissima risorsa di consulenza gratuita per creare amplissimi test group di accessibilità e usabilità per i nuovi progetti su scala nazionale, rendendo di fatto l’Italia il primo paese Europeo e forse al mondo a vantare un sistema interno di user testing di qualità, quando ad oggi ci sono aziende il cui core business è ESATTAMENTE questo, ovvero fornire gruppi specializzati per i test di applicazioni web.
      4. Parafrasando Dante, l’Italia diventa “il Virgilio dell’Europa” sui temi della qualità del design di servizi, l’integrazione, l’accessibilità e l’usabilità, mostrando agli altri Paesi Membri quanto un lavoro ben fatto a livello di sistema (e qui penso al magnifico lavoro di designers .italia) possa impattare sull’intera economia e qualità di vita di un’intera Nazione ed oltre.
      5. Questo sistema può essere addirittura scalato a livello di Unione Europea, mettendo a fattor comune le migliori risorse (strumenti, software, gruppi di lavoro, testing user group, componenti, soluzioni, documentazione, informazioni, formazione), per dar vita a un network europeo che sostenga e sviluppi temi per CMS (WP e Drupal, in prima istanza) + un editor avanzato con output accessibile + IA con LLM appositamente addestrata sulle tematiche dell’accessibilità e a gestione tutta europea, evitando i problemi di privacy che le aziende USA ci hanno purtroppo ben abituato a rilevare
      6. Tornando infine in Italia, sul territorio, la PA – ragionando come un’azienda che deve trovare un rapporto di fiducia e motivazione reciproca con i suoi stakeholders (i “portatori di interesse” – qui dalla cittadinanza allo Stato in vari livelli e modalità) – si mostra proattiva, competente, attenta, dinamica, risolutiva, autonoma, decisamente più rapida e con un flusso di lavoro molto meno dispendioso, lento e dispersivo di quanto siamo abituati a vedere: la PA diventa finalmente usabile: efficace, efficiente e con soddisfazione d’uso.
  1. Una nuova prospettiva web-centrica

    Semplificare e portare TUTTO il possibile su servizi web in pagina HTML standard e/o con form dinamici, piuttosto che su allegati pdf, sistemi obsoleti, immagini da scansioni ecc.

    1. Basta documenti in formato word con 3 tabelle annidate, 4 font diversi, intestazioni fatte con singoli screenshot di altri documenti, da scaricare, compilare a mano togliendo puntini e righe, salvare in pdf, firmare digitalmente in p7m e poi caricare sulla tua area privata dopo un accesso SPID di secondo livello: dall’acceso SPID in poi, tu PA sai già chi sono io. Il CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale – decreto legislativo 82/2005 – articoli 50 e seguenti) prevede il concetto del “Once only“, ovvero che una PA non possa e non debba chiedere al cittadino informazioni già in suo possesso: quindi un’autocertificazione tipo atto notorio fatto dentro a un sistema che mi ha già riconosciuto, è ridondante e una perdita di tempo per tutti.
    2. Sono calcolabili in centinaia di milioni / anno le ore impiegate in compilazione, controllo, passaggio, copia, verifica – sia lato PA che lato cittadini: basta! Ci mettiamo 2 ore a fare processi che dovrebbero richiedere 5 minuti. Qual è il costo sociale di questo incredibile spreco di tempo e risorse?
      Mi ricorda tanto lo stato del sistema idrico, in cui è calcolato che ottimisticamente il 50% dell’acqua si perde in varie inefficienze. E qui noi siamo molto, ma molto oltre quel 50%…
      Dobbiamo abbandonare questa insensata “mania dell’allegato”, che a conti fatti è molto più gravosa dell’alternativa, e passare ad un sistematico e sistemico, robusto, insieme di moduli on line, interfacciati con SPID o CIE, che a valle del riconoscimento permettano alla cittadinanza di eseguire le operazioni necessarie senza dover allegare carte di identità fotografate (!!) firme autografe (!!), auto-dichiarazioni specifiche, ecc.
      Sarà lungo e costoso, ma sarà poi – se ben realizzato – un progetto a riuso che permetterà un tale risparmio di costi diretti (consulenze/tempo di realizzazione dei progetti) + indiretti (tempo della cittadinanza, che avrà più spazi per famiglia, lavoro, sviluppo personale, equilibrio e benessere – sempre con importanti ricadute in termini di qualità della vita, quindi benessere generale, soddisfazione, peso in meno sulla sanità pubblica, risparmi ANCHE qui), che il vantaggio a questo punto sarà incalcolabile.
    3. E tutto ciò che stiamo facendo ora, non solo ci fa spendere montagne di denaro pubblico inutile, ma lo fa pure riducendo cyber security e privacy!
      1. Meno sicurezza: per default e come base di design dei processi, è opportuno ridurre al minimo la superficie potenziale di attacco, quindi processi che prevedono molti passaggi, alcuni manuali, sono per loro natura più esposti ad errori umani e/o interferenze (hacking/furto dei dati);
      2. Meno privacy: per default, bisogna ridurre al minimo anche qui la superficie di esposizione, facendo in modo che meno persone possibile debbano intervenire a trattare i dati, e un sistema non unificato, che preveda che a quei dati debbano accedere 30 persone invece che 3, è un sistema meno sicuro e meno tutelante della privacy.
    4. Bisogna – ripeto – ragionare in termini strategici di vision sul medio periodo, e dare sostegno ad AgID politico ED economico nel suo immane lavoro: proprio per questo, auspico si promuova il lavoro di AgID sui form, e vorrei che venisse ulteriormente portato al livello di sistema-Paese, un po’ come sta facendo l’incredibile gruppo di lavoro di designers .italia (progetto in comune tra AgID e il DTD Dipartimento della Transizione Digitale), con le componenti del “design system“: creare un sistema solido, dinamico, strutturato ed in evoluzione, che permetta a chiunque (PA o privato) di accedere a quelle risorse in maniera standardizzata, sicura, accessibile, usabile, modulare, flessibile e gratuita (con business model collaborativo e distribuzione del software in open source).

Conclusione

L’accessibilità web è un pilastro fondamentale per una società equa e inclusiva. Tuttavia, c’è ancora molta strada da fare affinché le normative si traducano in accessibilità reale.

Le sanzioni esistono, ma è necessaria una maggiore consapevolezza e responsabilizzazione all’interno delle PA per garantire che l’accessibilità non sia solo un obbligo di legge, ma un reale impegno verso tutti i cittadini, specialmente in un Paese in cui i passaggi burocratici e legali per arrivare davvero ad una definizione di una sanzione e la sua irrogazione, sono spesso lunghissimi e tortuosi, finendo in un nulla di fatto – ed anzi la maggior parte delle volte scoraggiando gli stessi controllori in questo percorso sanzionatorio, che neppure inizia (si veda la triste situazione del Difensore Civico Digitale, esistente ma così poco operativo e presente da esser quasi solo “sulla carta”).

Solo integrando questi principi nei processi organizzativi e nelle strategie di sviluppo, e riconoscendo il merito di chi li promuove o viceversa realmente sanzionando (quindi dando ad AgID risorse e poteri commisurati al compito), si potrà colmare il divario tra legislazione e pratica quotidiana.

Rimediare o non rimediare?

La cosiddetta “remediation” (ovvero la correzione, tramite analisi e ristrutturazione dei contenuti) di grandi quantità di PDF già esistenti può presentare sfide significative, per non dire che è una fatica di Sisifo.

Questo perché la conformità agli standard di accessibilità richiede spesso un’analisi e una modifica approfondite del contenuto dei documenti, che può essere un processo laborioso e tecnicamente complesso, specialmente quando i documenti non sono stati originariamente creati con considerazioni di accessibilità.

Per quanto riguarda la creazione di PDF accessibili a partire da form HTML, è essenziale che questi form siano progettati con criteri di accessibilità fin dall’inizio, con l’uso di label chiare, struttura logica e supporto per tecnologie assistive con landmarks, eventuali tag ARIA e una struttura generale di pagina e codice che rispetti i criteri di progettazione accessibile.

Un percorso ricco di insidie

La correzione di grandi quantità di PDF per garantirne l’accessibilità può essere un compito complesso e dispendioso in termini di risorse.

Ecco alcune sfide chiave che spesso si incontrano in questo processo:

  • OCR per riconoscimento testo con layer sovrapposti (sono diventati impressionanti ma con sovrapposizioni non fanno miracoli, e vanno comunque SEMPRE ricontrollati da una persona dedicata)
  • gestione di immagini, artefatti, colori: i contrati, la presenza di elementi inutili e/o dannosi, l’ottimizzazione della struttura dei contenuti, sono estremamente importanti
  • font inadatti e illeggibili, a volte in forma di immagine (torniamo agli OCR)
  • documenti in versioni ormai antiquate e non corrette secondo gli standard di qualità e normativi (non PDF/A, ad esempio)
  • grafici e oggetti di programmazione avanzati (OLE), la cui resa con ALT, TITLE, o in alcuni casi descrizioni dedicate accurate, sono un capitolo proprio a parte.
  • uso di strumenti dedicati – on premise e/o SAAS – come i tool di remediation di Allyant, Deque e CommonLook – con costi di formazione, setup, abbonamento ecc. – non sono certo indifferenti.
  • costi di update: ogni volta che dobbiamo rieditare anche solo un breve paragrafo, dobbiamo rifare da capo il processo di generazione accessibile del documento.

Un esempio di processo

Entrando un po’ più nel dettaglio del processo, ecco qualche spunto:

  1. Preparare il form HTML:
    Assicurarsi che il modulo sia completamente accessibile. Questo include l’etichettatura di tutti i controlli e campi, l’ordine corretto delle schede dei campi e l’inclusione di set di campi per gli elementi raggruppati (fieldset, legend, ecc.). L’utilizzo di HTML semantico è fondamentale per mantenere la struttura e l’accessibilità quando viene convertito in PDF.
  2. Strumenti di conversione dinamica:
    Utilizzare uno strumento di conversione che supporti la creazione dinamica di PDF accessibili. DocRaptor, giusto a titolo di esempio, è uno strumento che converte l’HTML in PDF mantenendo i tag necessari per l’accessibilità. Supporta funzioni complesse come l’impostazione dei metadati PDF e la regolazione dei tag dei contenuti tramite CSS personalizzati.
  3. Controllo & modifica Tag:
    Una volta generato il PDF, è necessario controllare ed eventualmente modificare i Tag: elementi semantici quali intestazioni, paragrafi, elenchi ecc. aiutano a definire la struttura del documento per gli screen reader. Adobe Acrobat Pro è comunemente utilizzato per questo scopo – e nella mia esperienza è il migliore come affidabilità, gestione, completezza, rispetto degli standard – in quanto consente di visualizzare e modificare il pannello dei tag, assicurando che l’ordine di lettura e la struttura del documento siano corretti, oltre a molte altre operaizoni utili/necessarie allo scopo. Non è l’unico, ma il mio preferito certamente.
  4. Aggiunta di testi alternativi (“Alt text”):
    Assolutamente necessario è che tutti gli elementi non testuali, come le immagini, abbiano un testo alternativo per descrivere la loro funzione, che possono essere definiti nell’HTML e conservati nella conversione del PDF.
  5. Controlli finali:
    Utilizzare – a valle di tutto il percorso – dei tool di verifica dell’accessibilità dei PDF per esser certi che tutti gli elementi siano correttamente etichettati, la struttura corretta, l’ordine di lettura coerente, i contenuti esposti siano quelli voluti, ecc. Strumenti come il PDF accessibility checker di Adobe Acrobat possono aiutare a identificare e risolvere eventuali problemi residui.

Soluzioni Alternative

Fare o non fare - non c'è provare (meme di Yoda da Guerre Stellari)A seconda del contesto, io propongo sempre un approccio di tipo KISS (“Keep It Simple Stupid”) e di massima semplicità operativa, focalizzata all’obiettivo specifico: cosa vogliamo ottenere? cosa ci serve? quanto ci costa in termini di sforzo, manutenzione, risultato? è necessario un PDF o altri formati possono essere più accessibili?

Ad esempio, i form web sono generalmente più accessibili e facili da aggiornare rispetto ai moduli PDF.

Ancora, se un PDF è proprio essenziale, è fondamentale assicurarsi che sia creato in modo accessibile fin dall’inizio, dalla progettazione e dalla generazione (che al 95% dei casi avviene su Microsoft Word).

E qui la formazione diventa essenziale.

In linea generale, se ho dei form, moltissimi pdf spariranno: questo è un bene in ore lavoro risparmiate nel fare redazione, copia incolla, correzione errori, ecc. dal personale interno; inoltre, il tutto sarà sempre disponibile come dato riutilizzabile e trasformabile, ricercabile per migliori servizi – e più rapidi.

Inoltre il passaggio nella multicanalità (siti, app, mobile, desktop, pubblico/intranet, schermi per la clientela, DEM e newsletter, sistemi di sondaggio, ecc.)

Lo scopo di questa pagina è quello di rendere accessibile parte del linguaggio tecnico comune dell’accessibilità dei PDF