Linguaggio inclusivo: tra evoluzione sociale, limiti strutturali e accessibilità
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Abstract
Il dibattito sul linguaggio inclusivo ha assunto negli ultimi anni una centralità trasversale: dalle istituzioni culturali alle amministrazioni pubbliche, dai media ai movimenti transfemministi. A fare da detonatore, non è stata solo la crescente consapevolezza sulla varietà delle identità di genere, ma anche la necessità – penso orami inevitabile e sacrosanta – di costruire un linguaggio che non si limiti a “nominare le cose” (come fece Adamo nel Paradiso Terrestre, attuando una gerarchia di potere), ma che “riconosca le persone” (applicando un atto di riconoscimento e inclusione).
In questo scenario, simboli come lo schwa (ə), l’asterisco (*) o la vocale “u” sono diventati strumenti sperimentali, ma anche oggetti di critica.
Il punto di frizione principale? La tensione tra rappresentazione e accessibilità, tra riconoscimento e leggibilità.
Qui vorrei spendere “my 2 cents“, ovvero la mia personale opinione, su alcune posizioni ufficiali espresse da Treccani, Accademia della Crusca, Parlamento Europeo e numerosi enti pubblici italiani, provando a tracciare un percorso possibile verso un linguaggio che includa davvero senza escludere nessuno.
Senza pretese di completezza e con numerose semplificazioni (lo dico per eventuali “precisini“), questo è il punto di vista di uno che nasce come linguista e laureato su Dante, ma vive in costante prestito all’accessibilità e al mondo del Web da oltre 25 anni (come passa il tempo quando ti diverti…)
Linguaggio come terreno di conflitto e possibilità
Il linguaggio non è neutro.
Ogni scelta grammaticale, ogni omissione lessicale, ogni artificio retorico racconta una visione del mondo. Quando si parla di linguaggio inclusivo, non ci si riferisce soltanto a una questione di desinenze, ma si entra in una sfera politica, sociale e profondamente culturale.
Le parole forgiano i mondi interiori, e plasmano la realtà sociale, culturale, economica: la politica ha imparato fin troppo bene questa lezione.
Come ha evidenziato Vera Gheno in un articolato intervento pubblicato su Treccani, “non scindere i fatti linguistici dai fatti sociali” è oggi un’operazione insostenibile.
La lingua evolve perché evolve la società. E quando parti della società chiedono riconoscimento – e lo chiedono con insistenza crescente – ignorarle non è una posizione neutra: è una scelta.
In questa dinamica vediamo emergere di forme linguistiche alternative che puntano a superare il tradizionale maschile sovraesteso della nostra lingua.
Soluzioni che – va detto – non nascono nei salotti accademici, ma nelle pratiche quotidiane di comunità emarginate, nei documenti dei collettivi transfemministi, nella comunicazione spontanea online.
Tuttavia, a mio modo di vedere, non basta l’intenzione.
Il linguaggio è anche infrastruttura, e ogni modifica comporta effetti collaterali. Non è un caso che proprio Gheno, pur sostenendo la legittimità dello schwa come segnale, inviti alla cautela e alla contestualizzazione.
L’uso di simboli non standard – scrive – deve essere misurato sulla base della fruibilità: ciò che può funzionare in una newsletter informale rischia di diventare un ostacolo insormontabile in un bando pubblico o in un manuale di istruzioni.
Le posizioni istituzionali: aperture e resistenze
Su questo stesso crinale si colloca il parere dell’Accademia della Crusca.
Nell’articolo “Un asterisco sul genere”, Paolo D’Achille analizza le derive di una sperimentazione linguistica che, se non ben ponderata, rischia di trasformarsi in esercizio di esclusione involontaria.
La critica non è – come purtroppo mi è capitato di sentire, con altrettanta ideologia a priori – rivolta all’inclusività in sé, ma all’introduzione di elementi non compatibili con la struttura fonologica e morfologica dell’italiano.
O almeno, NON ANCORA tali.
L’Accademia evidenzia come l’introduzione di simboli grafici non pronunciabili, come “* o ə” possa compromettere la fruizione dei testi da parte di persone con disabilità visiva, disturbi specifici dell’apprendimento o anziani.
Insomma abbiamo la classica coperta corta: si cerca di includere un’identità, ma si rischia di escludere un’intera platea di lettori.
Anche il Parlamento Europeo (Linee guida per un linguaggio neutro rispetto al genere), prende una posizione chiara: la neutralità si può (e si deve) perseguire, ma attraverso strumenti già presenti nella lingua – perifrasi, sostantivi astratti, forme impersonali – evitando “artifici tipografici” che danneggiano la leggibilità, rendono difficile la traduzione automatica e ostacolano l’uso di tecnologie assistive.
Giusto per fare un paio di esempi, usare “cittadinanza” al posto di “cittadini e cittadine”, “persona candidata” invece di “il candidato”: sono scelte che non appiattiscono la lingua, ma la rendono più duttile, più responsabile, più aderente alla complessità.
Esperienze italiane: tra norme e pratiche
In Italia diverse amministrazioni pubbliche hanno elaborato linee guida interne per una comunicazione più inclusiva.
- L’Agenzia delle Entrate, ad esempio, ha scelto di non raccomandare simboli come lo schwa, ma di incentivare l’uso di soluzioni lessicali alternative, come la doppia forma solo dove necessaria, o l’impiego di astratti.
- L’Università IUAV di Venezia e la Città Metropolitana di Milano si spingono un po’ oltre, riconoscendo esplicitamente l’esistenza delle soggettività non binarie come pubblico destinatario della comunicazione pubblica. Ma sempre con la dovuta “prudenza” linguistica: si evitano scorciatoie tipografiche, si privilegia l’accessibilità.
- Un documento particolarmente interessante è quello della Fondazione CIMA, che propone un approccio tecnico-scientifico: linguaggio chiaro, inequivocabile, fruibile anche da chi utilizza screen reader. È un esempio concreto di come si possa costruire un linguaggio inclusivo senza rinunciare all’efficacia operativa, ed anzi rafforzandola.
Attivismo, tecnologia e limiti strutturali
Chi sostiene l’utilizzo dello schwa, come il progetto “Italiano Inclusivo” nel suo commento alla nota dell’Accademia della Crusca, evidenzia come la sua diffusione “dal basso” sia già una forma di legittimazione.
La tesi è semplice: se l’industria tecnologica volesse, i lettori vocali potrebbero essere aggiornati per gestire anche questo simbolo. Una provocazione fondata, che comprendo ed entro certi termini condivido, MA che ignora un elemento chiave: la standardizzazione.
Senza una codifica linguistica riconosciuta, senza norme condivise e precise, nessun produttore di sintesi vocale – specie se internazionale – si assumerà l’onere e il rischio di implementare modifiche che potrebbero non essere interoperabili o durature.
E c’è di più: lo schwa stesso, nella sua pronuncia, non ha un riferimento univoco. Alcuni lo leggono come una “e” chiusa, altri come una vocale centrale indistinta, altri ancora come un silenzio grafico. In assenza di una determinazione fonologica condivisa, qualsiasi automatismo diventa arbitrario. E l’arbitrarietà, in ambito di accessibilità, è il contrario dell’inclusione.
Infine, ricordo che la lingua è sì “dei parlanti”, ma questo avviene solo quando si struttura abbastanza diffusamente e abbastanza a lungo – e non è una cosa che si possa o debba imporre dall’alto, e al momento siamo abbondantemente al di sotto di questa “massa critica linguistica” per parlare di un cambiamento acquisibile e che possa diventare uno standard da implementare nelle Tecnologie Assistive.
Una nota sul “merito” (e su ciò che manca)

Recentemente, anche il Ministero dell’Istruzione e del Merito (brrr… rabbrividisco sempre a quel “merito“…) è intervenuto sulla questione. Nella nota 1784 del 21 marzo 2025 si esprime una posizione di chiusura sull’uso di simboli non canonici nella comunicazione ufficiale.
Una posizione che, nel merito, può anche essere condivisa per quanto riguarda la leggibilità e la prassi.
Ma che lascia l’amaro in bocca per ciò che tace: nessun accenno a forme alternative, nessuna apertura verso una trasformazione del linguaggio che sappia accogliere, né indicazioni operative per una comunicazione realmente rispettosa di tutte le soggettività. E ci voleva ben poco per inserire due paragrafi citando qualche fonte autorevole, cosa accuratamente evitata. E come sempre, le scelte dichiarano le intenzioni.
In un contesto politico in cui si moltiplicano segnali di chiusura verso le minoranze – dalle famiglie omogenitoriali al fine vita – l’assenza di una visione linguistica che riconosca, almeno simbolicamente, la pluralità dei vissuti è più di una dimenticanza: è una scelta politica.
Il linguaggio come tecnologia sociale
Serve allora un passo ulteriore.
Il linguaggio inclusivo non è un’operazione cosmetica, ma una tecnologia sociale.
Una grammatica non basta, se non c’è una sintassi del riconoscimento. È necessario ripensare l’intera architettura comunicativa: dai moduli online ai bandi pubblici, dalla didattica ai software amministrativi.
In questo contesto, le soluzioni lessicali – la cittadinanza, le persone candidate, l’insegnante – non sono compromessi, ma pratiche di responsabilità.
La creatività linguistica non può essere confinata alla scrittura attivista: deve diventare competenza redazionale, progettazione semantica, design dei contenuti.
E l’accessibilità non può essere solo un vincolo tecnico: deve essere principio fondante.
Conclusione
Forzare la lingua attraverso simboli non standardizzati rischia di trasformare una battaglia di inclusione in una nuova forma di esclusione. Ma chiudersi a ogni cambiamento, rifugiandosi nel presunto buon senso del maschile sovraesteso, significa rinunciare al potere trasformativo del linguaggio e alla sua condizione storica nativa di evoluzione continua, esattamente come un organismo vivente.
La strada più solida – e più difficile – è quella che passa per la riscrittura strutturale, non per il maquillage grafico.
Serve formazione, serve consapevolezza, serve progettazione linguistica.
Perché la lingua non è solo forma: è potere, e oggi più che mai, è una responsabilità collettiva.




