Abstract

Questo articolo segue le orme del precedente articolo sull’inclusività linguistica, ma esplora nel dettaglio la relazione tra linguaggio inclusivo e accessibilità digitale, a partire dai principali standard tecnici e istituzionali.

Vorrei qui analizzare in maniera serena e critica le problematiche riscontrate con le soluzioni grafico/testuali non standard e proporre alternative pratiche che a mio avviso permettono di “salvare capra e cavoli” e mantengono il rispetto per tutte le identità senza sacrificare comprensibilità e usabilità.

Accessibilità e inclusione: quando le buone intenzioni inciampano negli standard

Quando si parla di linguaggio inclusivo, la tentazione di affidarsi a scorciatoie visive – simboli come l’asterisco (*) o lo schwa (ə) – è forte: sono economici, visivamente riconoscibili e, almeno sulla carta, sembrano risolvere il problema della rappresentazione non binaria in un colpo solo.

Ma cosa succede se questi stessi simboli, pensati per includere, finiscono per escludere proprio chi ha bisogno di strumenti di supporto per accedere al contenuto?

Come sottolinea l’Accademia della Crusca, l’uso di simboli non appartenenti alla morfologia italiana genera problemi nei testi destinati a essere letti con screen reader. Software come JAWS, NVDA o VoiceOver, oggi ampiamente diffusi, non sono in grado di interpretare correttamente parole come “tutt*” o “tuttə”.

I risultati variano da lettura letterale dell’asterisco (“tutt asterisco”), a totale omissione del carattere, passando per distorsioni fonetiche che rendono il contenuto incomprensibile. L’esperienza utente ne esce frammentata, e non in senso metaforico.

La norma non è un nemico: WCAG, EN 301549 e l’arte della prevedibilità

Chi si occupa di accessibilità sa che prevedibilità, leggibilità e comprensibilità non sono semplici virtù redazionali, ma requisiti normativi.

Le WCAG 2.2, standard internazionale per l’accessibilità dei contenuti web, stabiliscono al principio 3 (“Comprensibile“) che ogni contenuto debba comportarsi in modo prevedibile e leggibile.

Lo stesso vale per la norma europea EN 301549, obbligatoria per tutte le pubbliche amministrazioni italiane e progressivamente adottata anche in ambito privato con il cosiddetto European Accessibility Act (EAA, in vigore definitivamente da fine giugno 2025), che richiede che il testo sia chiaro, coerente, e interpretabile da tecnologie assistive.

L’uso di simboli come ə o * in contesti strutturati – bandi, moduli, atti normativi, documentazione accessibile – è, in questo senso, problematico non solo da un punto di vista tecnico, ma anche legale.

Quando l’inclusione si inceppa: esperienze e controprove

In un test condotto con NVDA su Windows 11, la frase “Benvenutə a tuttə!” veniva letta come “Benvenut-e a tutt-e”, o in alcuni casi ignorata del tutto, impedendo la comprensione del messaggio. Per un utente cieco, il testo risultava paradossalmente più esclusivo di un classico (ma leggibile) “Benvenuti”.

La questione si complica ulteriormente se consideriamo i disturbi specifici dell’apprendimento. Fabrizio Acanfora, scrittore neurodivergente, ha espresso perplessità sull’introduzione dello schwa, sottolineando come simboli non codificati aumentino lo sforzo cognitivo per persone con DSA o autismo. Il testo diventa meno prevedibile, frammentato, ostile. In pratica: più difficile da leggere, più facile da abbandonare.

Infine, c’è l’aspetto della traducibilità: strumenti come Google Translate o DeepL non riconoscono termini come “studentə”, compromettendo la resa multilingue e penalizzando anche il SEO. Una forma che voleva essere più inclusiva finisce così per rendere i contenuti meno trovabili, meno leggibili, meno accessibili. E forse, meno efficaci.

Italia, laboratorio linguistico in evoluzione

Fortunatamente, il panorama italiano fornisce diverse buone pratiche.

  • Le Linee guida dell’Agenzia delle Entrate del 2020 suggeriscono un linguaggio rispettoso delle identità ma anche leggibile, evitando simboli non standard e preferendo soluzioni neutre e perifrasi.
  • L’Università IUAV e la Fondazione CIMA ribadiscono l’importanza dell’accessibilità testuale come parte integrante della comunicazione inclusiva, indicando chiaramente che l’inclusione non può andare a discapito della fruibilità.

Dalla scorciatoia al progetto: soluzioni alternative e sostenibili

Non tutto è perduto. Esistono strumenti linguistici che permettono di comunicare in modo rispettoso delle identità e al tempo stesso accessibile. L’uso di sostantivi collettivi (“la cittadinanza”), forme impersonali (“chi partecipa al bando…”), perifrasi (“le persone interessate”), e costruzioni passive (“verrà comunicato”) consentono di evitare il maschile sovraesteso e i simboli problematici.

Giochiamo! Alcuni esempi possibili

Sostantivi collettivi o astratti

Sostituiscono gruppi esplicitati con un’unica entità lessicale.

  1. i clienti e le clienti → la clientela
  2. i cittadini e le cittadine → la cittadinanza
  3. i docenti e le docenti → il corpo docente
  4. i dipendenti → il personale
  5. i giornalisti → la stampa
  6. gli studenti e le studentesse → la popolazione studentesca
  7. i turisti → la clientela turistica
  8. i partecipanti → la platea
  9. gli iscritti → l’utenza
  10. i lavoratori e le lavoratrici → il personale dipendente

Forme impersonali

Eliminano il soggetto esplicito, con costruzione generalizzante o impersonale.

  1. i partecipanti devono presentare la domanda → chi partecipa deve presentare la domanda
  2. gli interessati devono contattare l’ufficio → si invita a contattare l’ufficio
  3. i richiedenti possono accedere al servizio → è possibile accedere al servizio su richiesta
  4. gli utenti riceveranno una risposta → verrà fornita una risposta a chi ha fatto richiesta
  5. gli studenti devono compilare il modulo → è necessario compilare il modulo per partecipare
  6. i lavoratori devono indossare i DPI → è obbligatorio indossare i DPI durante l’attività lavorativa
  7. i candidati devono allegare il CV → si richiede di allegare il CV
  8. i pazienti devono attendere in sala → l’attesa avviene in sala preposta
  9. i fruitori del servizio → chi fruisce del servizio
  10. gli addetti ai lavori → chi opera nel settore

Perifrasi descrittive o sostitutive

Utilizzano costruzioni più lunghe ma neutre, sostituendo termini marcati con espressioni descrittive.

  1. gli interessati → le persone interessate
  2. gli stranieri → le persone di origine straniera
  3. i detenuti → le persone private della libertà personale
  4. i poveri → le persone in condizione di povertà
  5. gli analfabeti digitali → le persone con scarsa alfabetizzazione digitale
  6. i non udenti → le persone sorde
  7. i ciechi → le persone cieche o ipovedenti
  8. i genitori (in contesto scolastico) → le famiglie
  9. gli utenti fragili → persone fragili/vulnerabili
  10. gli anziani soli → persone in terza età senza supporto familiare

Costruzioni passive o neutre

Permettono di evitare l’identificazione del soggetto attivo, concentrandosi sull’azione o sull’effetto.

  1. i/le partecipanti riceveranno comunicazione → verrà inviata comunicazione alle persone interessate
  2. il candidato deve presentare i documenti → i documenti devono essere presentati per la candidatura
  3. gli utenti compileranno il form → il form deve essere compilato per accedere al servizio
  4. i selezionati verranno contattati → chi passerà la selezione sarà contattato direttamente
  5. i responsabili devono firmare → la firma è richiesta da chi ha responsabilità sul procedimento
  6. gli operatori invieranno i risultati → i risultati saranno inviati dal sistema
  7. gli studenti riceveranno i risultati → i risultati verranno resi disponibili online
  8. i dipendenti accederanno al bonus → il bonus sarò accessibile al personale avente diritto
  9. i candidati saranno valutati → la valutazione sarà effettuata sulla base delle candidature pervenute
  10. i destinatari del messaggio → chi riceve il messaggio

Sacche di resistenza

In alcuni contesti, il maschile sovraesteso rimane accettato come forma non marcata (es. atti giuridici o normativi), ma anche qui occorre cautela e, possibilmente, note esplicative che chiariscano l’intento inclusivo del testo.

Un riferimento per me utile è in Mediascapes journal numero 23 del 2024 nell’articolo “Comunicazione istituzionale e prospettive di genere. Uno studio sul social posting delle Regioni italiane, fra regole e pratiche“, in cui si nota che è necessario

superare l’androcentrismo della lingua italiana, pur rispettando la sua struttura grammaticale essenzialmente binaria [… E QUINDI] abbandonare il “maschile inclusivo” o il “maschile sovraesteso” a favore di una declinazione duale per espressioni legate a ruoli professionali, familiari e sociali [… MA] è importante notare come queste raccomandazioni siano state trascurate e raramente implementate nel settore pubblico per circa 15 anni.

Come ci ricorda Vera Gheno: “non si tratta di imporre simboli, ma di moltiplicare le opzioni di espressione”. Il linguaggio inclusivo è un processo, non un template da incollare.

Conclusioni (provvisorie, come ogni lingua che evolve)

Non si può parlare di accessibilità senza tener conto della lingua. E non si può parlare di lingua inclusiva senza interrogarsi su chi resta fuori. I simboli come lo schwa e l’asterisco nascono da istanze legittime, ma vanno trattati come esperimenti, non come dogmi. L’inclusione autentica è quella che tiene insieme: chi legge con gli occhi, chi ascolta con le orecchie, chi processa con altre mappe cognitive.

È tempo di superare la contrapposizione sterile tra innovazione e norma, tra rappresentazione e fruibilità. Il linguaggio può e deve essere accessibile e inclusivo. Non per magia, ma per progetto. Un progetto tecnico, linguistico, umano. E un progetto condiviso.

Abstract

Il dibattito sul linguaggio inclusivo ha assunto negli ultimi anni una centralità trasversale: dalle istituzioni culturali alle amministrazioni pubbliche, dai media ai movimenti transfemministi. A fare da detonatore, non è stata solo la crescente consapevolezza sulla varietà delle identità di genere, ma anche la necessità – penso orami inevitabile e sacrosanta – di costruire un linguaggio che non si limiti a “nominare le cose” (come fece Adamo nel Paradiso Terrestre, attuando una gerarchia di potere), ma che “riconosca le persone” (applicando un atto di riconoscimento e inclusione).

In questo scenario, simboli come lo schwa (ə), l’asterisco (*) o la vocale “u” sono diventati strumenti sperimentali, ma anche oggetti di critica.

Il punto di frizione principale? La tensione tra rappresentazione e accessibilità, tra riconoscimento e leggibilità.

Qui vorrei spendere “my 2 cents“, ovvero la mia personale opinione, su alcune posizioni ufficiali espresse da Treccani, Accademia della Crusca, Parlamento Europeo e numerosi enti pubblici italiani, provando a tracciare un percorso possibile verso un linguaggio che includa davvero senza escludere nessuno.

Senza pretese di completezza e con numerose semplificazioni (lo dico per eventuali “precisini“), questo è il punto di vista di uno che nasce come linguista e laureato su Dante, ma vive in costante prestito all’accessibilità e al mondo del Web da oltre 25 anni (come passa il tempo quando ti diverti…)

Linguaggio come terreno di conflitto e possibilità

Il linguaggio non è neutro.

Ogni scelta grammaticale, ogni omissione lessicale, ogni artificio retorico racconta una visione del mondo. Quando si parla di linguaggio inclusivo, non ci si riferisce soltanto a una questione di desinenze, ma si entra in una sfera politica, sociale e profondamente culturale.

Le parole forgiano i mondi interiori, e plasmano la realtà sociale, culturale, economica: la politica ha imparato fin troppo bene questa lezione.

Come ha evidenziato Vera Gheno in un articolato intervento pubblicato su Treccani, “non scindere i fatti linguistici dai fatti sociali” è oggi un’operazione insostenibile.

La lingua evolve perché evolve la società. E quando parti della società chiedono riconoscimento – e lo chiedono con insistenza crescente – ignorarle non è una posizione neutra: è una scelta.

In questa dinamica vediamo emergere di forme linguistiche alternative che puntano a superare il tradizionale maschile sovraesteso della nostra lingua.

Soluzioni che – va detto – non nascono nei salotti accademici, ma nelle pratiche quotidiane di comunità emarginate, nei documenti dei collettivi transfemministi, nella comunicazione spontanea online.

Tuttavia, a mio modo di vedere, non basta l’intenzione.

Il linguaggio è anche infrastruttura, e ogni modifica comporta effetti collaterali. Non è un caso che proprio Gheno, pur sostenendo la legittimità dello schwa come segnale, inviti alla cautela e alla contestualizzazione.

L’uso di simboli non standard – scrive – deve essere misurato sulla base della fruibilità: ciò che può funzionare in una newsletter informale rischia di diventare un ostacolo insormontabile in un bando pubblico o in un manuale di istruzioni.

Le posizioni istituzionali: aperture e resistenze

Su questo stesso crinale si colloca il parere dell’Accademia della Crusca.

Nell’articolo “Un asterisco sul genere”, Paolo D’Achille analizza le derive di una sperimentazione linguistica che, se non ben ponderata, rischia di trasformarsi in esercizio di esclusione involontaria.

La critica non è – come purtroppo mi è capitato di sentire, con altrettanta ideologia a priori – rivolta all’inclusività in sé, ma all’introduzione di elementi non compatibili con la struttura fonologica e morfologica dell’italiano.

O almeno, NON ANCORA tali.

L’Accademia evidenzia come l’introduzione di simboli grafici non pronunciabili, come “* o ə” possa compromettere la fruizione dei testi da parte di persone con disabilità visiva, disturbi specifici dell’apprendimento o anziani.

Insomma abbiamo la classica coperta corta: si cerca di includere un’identità, ma si rischia di escludere un’intera platea di lettori.

Anche il Parlamento Europeo (Linee guida per un linguaggio neutro rispetto al genere), prende una posizione chiara: la neutralità si può (e si deve) perseguire, ma attraverso strumenti già presenti nella lingua – perifrasi, sostantivi astratti, forme impersonali – evitando “artifici tipografici” che danneggiano la leggibilità, rendono difficile la traduzione automatica e ostacolano l’uso di tecnologie assistive.

Giusto per fare un paio di esempi, usare “cittadinanza” al posto di “cittadini e cittadine”, “persona candidata” invece di “il candidato”: sono scelte che non appiattiscono la lingua, ma la rendono più duttile, più responsabile, più aderente alla complessità.

Esperienze italiane: tra norme e pratiche

In Italia diverse amministrazioni pubbliche hanno elaborato linee guida interne per una comunicazione più inclusiva.

  1. L’Agenzia delle Entrate, ad esempio, ha scelto di non raccomandare simboli come lo schwa, ma di incentivare l’uso di soluzioni lessicali alternative, come la doppia forma solo dove necessaria, o l’impiego di astratti.
  2. L’Università IUAV di Venezia e la Città Metropolitana di Milano si spingono un po’ oltre, riconoscendo esplicitamente l’esistenza delle soggettività non binarie come pubblico destinatario della comunicazione pubblica. Ma sempre con la dovuta “prudenza” linguistica: si evitano scorciatoie tipografiche, si privilegia l’accessibilità.
  3. Un documento particolarmente interessante è quello della Fondazione CIMA, che propone un approccio tecnico-scientifico: linguaggio chiaro, inequivocabile, fruibile anche da chi utilizza screen reader. È un esempio concreto di come si possa costruire un linguaggio inclusivo senza rinunciare all’efficacia operativa, ed anzi rafforzandola.

Attivismo, tecnologia e limiti strutturali

Chi sostiene l’utilizzo dello schwa, come il progetto “Italiano Inclusivo” nel suo commento alla nota dell’Accademia della Crusca, evidenzia come la sua diffusione “dal basso” sia già una forma di legittimazione.

La tesi è semplice: se l’industria tecnologica volesse, i lettori vocali potrebbero essere aggiornati per gestire anche questo simbolo. Una provocazione fondata, che comprendo ed entro certi termini condivido, MA che ignora un elemento chiave: la standardizzazione.

Senza una codifica linguistica riconosciuta, senza norme condivise e precise, nessun produttore di sintesi vocale – specie se internazionale – si assumerà l’onere e il rischio di implementare modifiche che potrebbero non essere interoperabili o durature.

E c’è di più: lo schwa stesso, nella sua pronuncia, non ha un riferimento univoco. Alcuni lo leggono come una “e” chiusa, altri come una vocale centrale indistinta, altri ancora come un silenzio grafico. In assenza di una determinazione fonologica condivisa, qualsiasi automatismo diventa arbitrario. E l’arbitrarietà, in ambito di accessibilità, è il contrario dell’inclusione.

Infine, ricordo che la lingua è sì “dei parlanti”, ma questo avviene solo quando si struttura abbastanza diffusamente e abbastanza a lungo – e non è una cosa che si possa o debba imporre dall’alto, e al momento siamo abbondantemente al di sotto di questa “massa critica linguistica” per parlare di un cambiamento acquisibile e che possa diventare uno standard da implementare nelle Tecnologie Assistive.

Una nota sul “merito” (e su ciò che manca)

Immagine dallo spettacolo di Aldo Giovanni e Giacomo sui Bulgari a Mai dire gol della Gialappa's Bandì, in cui Marina Massironi recita il suo famoso "Brrrr... rabbrividiamo"

Recentemente, anche il Ministero dell’Istruzione e del Merito (brrr… rabbrividisco sempre a quel “merito“…) è intervenuto sulla questione. Nella nota 1784 del 21 marzo 2025 si esprime una posizione di chiusura sull’uso di simboli non canonici nella comunicazione ufficiale.

Una posizione che, nel merito, può anche essere condivisa per quanto riguarda la leggibilità e la prassi.

Ma che lascia l’amaro in bocca per ciò che tace: nessun accenno a forme alternative, nessuna apertura verso una trasformazione del linguaggio che sappia accogliere, né indicazioni operative per una comunicazione realmente rispettosa di tutte le soggettività. E ci voleva ben poco per inserire due paragrafi citando qualche fonte autorevole, cosa accuratamente evitata. E come sempre, le scelte dichiarano le intenzioni.

In un contesto politico in cui si moltiplicano segnali di chiusura verso le minoranze – dalle famiglie omogenitoriali al fine vita – l’assenza di una visione linguistica che riconosca, almeno simbolicamente, la pluralità dei vissuti è più di una dimenticanza: è una scelta politica.

Il linguaggio come tecnologia sociale

Serve allora un passo ulteriore.

Il linguaggio inclusivo non è un’operazione cosmetica, ma una tecnologia sociale.

Una grammatica non basta, se non c’è una sintassi del riconoscimento. È necessario ripensare l’intera architettura comunicativa: dai moduli online ai bandi pubblici, dalla didattica ai software amministrativi.

In questo contesto, le soluzioni lessicali – la cittadinanza, le persone candidate, l’insegnante – non sono compromessi, ma pratiche di responsabilità.

La creatività linguistica non può essere confinata alla scrittura attivista: deve diventare competenza redazionale, progettazione semantica, design dei contenuti.

E l’accessibilità non può essere solo un vincolo tecnico: deve essere principio fondante.

Conclusione

Forzare la lingua attraverso simboli non standardizzati rischia di trasformare una battaglia di inclusione in una nuova forma di esclusione. Ma chiudersi a ogni cambiamento, rifugiandosi nel presunto buon senso del maschile sovraesteso, significa rinunciare al potere trasformativo del linguaggio e alla sua condizione storica nativa di evoluzione continua, esattamente come un organismo vivente.

La strada più solida – e più difficile – è quella che passa per la riscrittura strutturale, non per il maquillage grafico.

Serve formazione, serve consapevolezza, serve progettazione linguistica.

Perché la lingua non è solo forma: è potere, e oggi più che mai, è una responsabilità collettiva.

Accedibilità: la base per ogni interazione

Il termine accedibilità non è ancora normato, ma trova sempre più spazio nel lessico professionale. Si riferisce alla possibilità effettiva di accedere a un servizio o contenuto digitale, indipendentemente da elementi che esulano dalla progettazione tecnica.

I quattro assi fondamentali dell’accedibilità

  1. Accesso tecnico: disponibilità di connessione, compatibilità dei dispositivi, aggiornamenti software.
  2. Accesso economico: sostenibilità dei costi per dispositivi, connessioni, abbonamenti.
  3. Accesso culturale e linguistico: comprensibilità in funzione del contesto sociale, culturale e idiomatico.
  4. Accesso cognitivo e formativo: competenze digitali necessarie per comprendere e usare efficacemente i servizi.

In sintesi: se un servizio non è accedibile, l’accessibilità tecnica resta una promessa incompiuta.

Accessibilità: standard, norme, impatto

L’accessibilità digitale è la capacità dei sistemi di essere fruiti senza discriminazioni, anche da chi utilizza tecnologie assistive o richiede configurazioni particolari.

Normative principali di riferimento – UE e Italia

Il cambiamento di paradigma: da ICIDH a ICF

  1. Il cambiamento di paradigma - da ICIDH a ICFNel 1980, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) introduceva la classificazione ICIDH (International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps), che rifletteva una visione medica e individuale della disabilità: una menomazione fisica o mentale generava una disabilità, con conseguente svantaggio sociale.
  2. Nel 2001, con la nuova classificazione ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health), lo scenario cambia radicalmente. Il modello diventa bio-psico-sociale: la disabilità è il risultato dell’interazione tra la condizione di salute della persona e i fattori ambientali, culturali, tecnologici e i mezzi tecnologici sono ora parte integrante del processo di abilitazione delle persone, portando individui he prima erano semplicemente visti in toto come disabili, ad essere inquadrati in una modalità funzionale, sociale, psicologica: insomma, adattiva, tra le abilità, le fasi della vita, le situazioni, le condizioni operative: il contesto e i mezzi diventano abilitanti o meno, a seconda di molti fattori.

Questo cambiamento ha influenzato in profondità anche il concetto stesso di accessibilità, spostandolo da questione tecnica a tema di equità, inclusione e giustizia sociale in seconda battuta, e a questione di cittadinanza attiva in ultima istanza.

Ma l’accessibilità non è solo una compliance normativa o una definizione dell’OMS. Rende i servizi digitali più efficaci per:

  • persone con disabilità temporanee (es. infortunio, intervento, cataratta),
  • utenti in ambienti ostili (rumore, illuminazione insufficiente, scarsa connettività),
  • chi ha barriere culturali, linguistiche o cognitive (bassa scolarizzazione, stranieri, persone con dislessia o altre forme di disabilità cognitive),
  • persone che usano tecnologie obsolete o non aggiornate (computer, tablet e telefoni vecchi, ma anche bancomat e chioschi digitali datati, ecc.).

Accessibility is not about disability, it’s about ability.Sharron Rush

Usabilità: l’esperienza utente come metrica di qualità

La usabilità è definita dallo standard ISO 9241-11 come la capacità di un sistema di essere utilizzato da utenti specifici per raggiungere obiettivi definiti, con efficacia, efficienza e soddisfazione.

I tre criteri fondamentali dell’usabilità

  • I tre criteri fondamentali dell'usabilità: efficacia, efficienza, soddisfazioneEfficacia: l’utente riesce a compiere ciò che intende fare, ovvero: arrivo in fondo al compito prefissato?
  • Efficienza: quante risorse ha dovuto impiegare per riuscirci, ovvero: ci arrivo in fondo senza fare giri inutili?
  • Soddisfazione: com’è stata la sua esperienza complessiva, ovvero: faccio il tutto senza dare di matto?

Un servizio poco usabile, anche se accessibile, genera frustrazione e abbandono.

Comprensibilità, semplificazione, standard: i principi trasversali

Questi tre fattori non sono opzionali: sono abilitanti per l’accesso e l’uso consapevole dei servizi digitali.

Comprensibilità

  • Testi chiari, ben scritti e gerarchizzati.
  • Microcopy espliciti e formati coerenti.
  • Terminologia accessibile anche a chi non è esperto.

Semplificazione

  • Rimozione del superfluo.
  • Riduzione dei passaggi e delle richieste cognitive.
  • Facilitazioni per la navigazione.

Adozione degli standard

  • Coerenza visuale e funzionale.
  • Utilizzo di design system condivisi (come l’ottimo Designers Italia).
  • Familiarità dei pattern: ciò che l’utente ha già imparato altrove, può riutilizzarlo.

“Less is more” e KISS – Keep It Simple, Stupid non sono slogan, ma principi di progettazione universale.

Fruibilità: l’obiettivo finale

La fruibilità è l’integrazione concreta tra accedibilità, accessibilità, usabilità e principi trasversali. È la misura ultima del successo di un servizio digitale.

Quando un servizio è fruibile?

  • È raggiungibile da chiunque (accedibile).
  • È conforme e senza barriere (accessibile).
  • È facile, rapido, soddisfacente (usabile).
  • È chiaro, intuitivo e coerente (comprensibile e semplice).

Progettazione universale: perché conviene sempre

Una progettazione digitale inclusiva non è solo giusta: è strategica. Oggi, pensare che l’accessibilità sia SOLO un costo è un errore strategico di grande rilevanza: è di certo un costo, e non credete a chi vi dice che integrare l’accessbility by design e by default sia uno scherzo o non abbia costi, perché è una transizione complessa e HA dei costi. Ma ha anche vantaggi molto importanti su molti altri lati, che vanno non solo a compensare lo sforzo, ma proiettano il tuo metodo di lavoro in una dimensione decisamente più produttiva, efficace, intelligente.

Alcuni vantaggi concreti

  • Normativi: conformità alle leggi, prevenzione di contenziosi, lavoro congiunto (e quindi complessivamente inferiore) tra cyber security, privacy, accessibilità.
  • Operativi: servizi più stabili, testabili, manutenibili, codice riusabile, dati facilmente condivisibili, integrazione tra i sistemi interni.
  • Economici: meno assistenza, meno spese di customer care, maggiore soddisfazione e fidelizzazione di utenti e clienti.
  • Tecnologici: interoperabilità, compatibilità futura (robustezza), sicurezza informatica (minori e più standard superfici di attacco), flessibilità e semplicità.
  • Reputazionali: migliore percezione pubblica, CSR, recensioni positive, testimonianze e advocacy del brand.

Good design is good business.Thomas Watson Jr., figlio dell’omonimo fondatore dell’IBM

Introduzione: le immagini sono importanti?

Eccome! Danno tono, contesto, forniscono il cosiddetto mood ai tuoi contenuti, alleggeriscono, a volte spiegano. Quindi sono importanti.

Facendo un paragone, usare immagini sui siti web è un po’ come cucinare: puoi avere tutti gli ingredienti giusti, ma se non li dosi e mischi correttamente, il risultato sarà deludente.

Non esiste una “ricetta” universale per le immagini online, ma seguendo qualcuno dei consigli che seguono potrai assicurarti che le tue foto brillino come una stella Michelin.

Dimensioni delle Immagini

Quando si parla di dimensioni delle immagini, immaginiamo di scegliere un abito per un evento importante.

Devi considerare:

  • sia la taglia (che rappresenta la dimensione di caricamento: media, grande, full hd, 4k ecc.),
  • sia il modo in cui ti starà addosso (ossia la dimensione di visualizzazione: hero image, slider tutto schermo, full width sull’area contenuti, riquadro laterale, in una colonna, ecc.).

Queste due cose sono strettamente legate: non puoi rispondere alla prima domanda senza pensare anche alla seconda.

E come per un abito, una misura sbagliata può rovinare tutto!

Formati delle Immagini

Il mondo dei formati delle immagini è un po’ come il guardaroba di una persona attenta all’eleganza: ogni occasione ha il suo outfit ideale.

Ecco i capi di base:

  • JPG/JPEG: Il tuo fedele jeans. Perfetto per le foto, si adatta a ogni situazione. Mantiene una buona qualità con dimensioni di file ridotte (formato “lossy”), ma niente trasparenze (un po’ come un jeans che non si trasforma mai in shorts!).
    Esempio: Se hai una bella foto di un tramonto sul mare, il JPG è il formato perfetto per conservarne la bellezza senza occupare troppo spazio.
  • PNG: La camicia bianca immacolata. Ottima per i loghi e le immagini che richiedono trasparenza. Non perde qualità, ma occupa più spazio rispetto al JPG (si dice formato “lossless”, dotato di trasparenza alfa).
    Esempio: Hai un logo con uno sfondo trasparente che deve apparire su vari colori di sfondo? Il PNG è il tuo alleato.
  • GIF: Il maglione vintage che va e viene di moda. Supporta trasparenze e animazioni, ma è limitato a 256 colori, quindi per i loghi è da evitare come i Birkenstock al ricevimento in ambasciata. Tuttavia, è perfetto per quelle immagini animate che dicono più di mille parole, ovvero meme e animazioni buffe, quindi diciamo bene sulla comunicazione “instant” sui social per strappare un sorriso al tuo pubblico.
    Esempio: Vuoi far sorridere i tuoi utenti con una piccola animazione di un gatto che si stira? Un GIF è perfetto per questo.
  • SVG: Il tailleur su misura. Un formato vettoriale (quindi ogni linea è definita come una formula matematica – in teoria ci puoi fare un cartellone grande come la Francia senza perdere qualità e definizione) che mantiene la nitidezza a qualsiasi dimensione. Ottimo per loghi e grafici che devono sempre essere perfetti, ma è meno comune (come andare in giro con un completo elegante ogni giorno), ma si fa sempre più largo nel web di ogni giorno, grazie al supporto nativo di tutte le recenti versioni die browser in commercio.
    Esempio: Se hai un logo che deve apparire nitido sia su un biglietto da visita sia su un cartellone pubblicitario, SVG è il formato che fa per te.
  • WEBP: L’outfit futuristico. Un formato innovativo sviluppato da Google, che comprime le immagini in modo eccellente. Non è ancora accettato in tutti i negozi vecchio stile (browser un po’ datati e non aggiornati), ma è sicuramente il futuro della moda (digitale).
    Esempio: Se stai creando un sito all’avanguardia e vuoi immagini con il massimo della qualità e il minimo dello spazio, prova il WebP!

Dimensione Ottimale delle Immagini

Caricare immagini giganti è un po’ come entrare in un ristorante con un vestito troppo grande: attira l’attenzione, ma rallenta tutto il resto.

Le immagini devono essere della taglia giusta per adattarsi perfettamente al sito.

  • Dimensioni in Pixel: Scordati del PPI (Pixel Per Inch); pensa solo alle dimensioni in pixel. Le immagini possono variare da 600 a 2500 pixel sul lato più lungo, a seconda di dove devono essere usate.
    Esempio: Hai una foto di una splendida torta per la pagina di un blog? Ridimensionala a 1200px di larghezza e vedrai che sarà perfetta sia per desktop che per mobile.
  • Dimensione del File: La dimensione del file è determinata dalla complessità dell’immagine, dalle dimensioni in pixel e dalla compressione. Immagina di fare le valigie: puoi far entrare tutto con un po’ di compressione, ma attenzione a non stropicciare i tuoi abiti (la qualità)!
    Esempio: Hai una foto di una foresta intricata? Compressa bene, potrebbe scendere da 1MB a 200KB senza perdere troppo in qualità.

Dimensioni Appropriate delle Immagini

Decidere quanto grandi devono essere le immagini è come scegliere la giusta misura delle scarpe: né troppo strette né troppo larghe!

  • Larghezza del Sito: Immagina che il tuo sito sia una passerella larga 1200px. Tutto quello che sfila lì sopra deve stare entro quella larghezza per evitare cadute di stile.
    Esempio: Se stai caricando una foto per una sezione a piena larghezza, mantienila sui 1200px per garantirne la nitidezza.
  • Colonne: Se stai mettendo un’immagine in una colonna, la larghezza dell’immagine dovrebbe corrispondere alla larghezza della colonna.
    Esempio: Un’immagine per una colonna che occupa metà pagina? Ridimensionala a circa 600px e sarà perfetta.
  • Immagini a Larghezza Completa e Immagini di Sfondo: Quando si tratta di immagini di sfondo o a larghezza completa, pensa alle dimensioni dello schermo come alla misura delle tende per una finestra. Una misura troppo piccola non copre tutto, mentre una troppo grande può diventare pesante.
    Esempio: Per un’immagine di sfondo che si adatta a qualsiasi monitor, opta per una larghezza di circa 2000-2500px. Sarà sufficiente per la maggior parte degli schermi senza compromettere la velocità di caricamento.

Nota bonus su formati e dimensioni

Il tuo sito dovrebbe avere le immagini nel miglior rapporto formato/risoluzione/peso, per cui:

  1. loghi e trasparenza gestiti con file vettoriale SVG – il supporto è ormai completo, e i browser che non lo fanno sono ormai in percentuale molto scarsa ed ignorabili. Se poi vuoi proprio farlo, puoi anche mettere istruzioni specifiche di “fallback” (sostituzione: vedi punto 4 con l’attributo HTML “srcset” – per quei vecchi dinosauri tramite immagini PNG a trasparenza alfa.
  2. Immagini a corredo in JPG con ottima definizione di base in 2k: ricorda che molti CMS non li caricano proprio i file troppo grandi, e comunque li scalano: ad esempio, WordPress non carica oltre i 2560 pixel di lato, per cui se carichi un 16 megapixel, comunque al massimo avrà larghezza di 2560.
  3. Conversione automatica dei JPG in WEBP: molti CMS hanno plugin che automaticamente eseguono conversione ed ottimizzazione a puntino, abbassando notevolmente il peso complessivo di pagina, quindi il tempo di caricamento: e sia gli utenti che Google sono contenti!
  4. Funzioni di selezione automatica dell’immagine del device: inutile fare scaricare una hero image larga 960px ad un telefono largo 300: se il CMS (e ad esempio WordPress lo fa in automatico) nell’acquisizione dell’immagine caricata in libreria ne fa diverse copie per le diverse dimensioni possibili e fornisce al browser un set di formati (tramite il tag HTML “source”+ il suo attributo “srcset”), il browser scaricherà e userà quella più adatta e leggera.

Compressione delle Immagini

Prima di caricare le immagini, ridimensionala e comprimi il file, come se stessi arrotolando con cura i tuoi vestiti prima di metterli in valigia. Ci sono molti strumenti e plugin che possono aiutarti a fare questo senza sgualcire nulla.
Esempio: Hai una foto di 800KB? Con un po’ di compressione, puoi ridurla a 200KB, quattro volte più leggera, senza che nessuno se ne accorga!

Fattori che Influenzano la Dimensione delle Immagini

Diverse impostazioni del tema o del layout possono influire su quanto grandi o piccole devono essere le immagini, un po’ come accessori che possono trasformare un look.

  • Larghezza del Sito e della Colonna: Determina la dimensione necessaria delle immagini: se l’immagine è più grande, stai sprecando pixel e byte, quindi secondi di caricamento.
  • Barre Laterali: Se hai delle barre laterali, considera che riducono lo spazio disponibile, proprio come indossare una giacca può limitare i movimenti.
  • Impostazioni dello Slider: Le dimensioni delle immagini nei slider dovrebbero corrispondere alle dimensioni del slider, sia a larghezza fissa che a larghezza completa.
    Esempio: Se stai creando uno slider a larghezza piena, usa immagini di almeno 2000px di larghezza per garantire che siano sempre nitide e impressionanti, anche sugli schermi più grandi.

Immagini Ottimizzate per la SEO

Ottimizzare le immagini per la SEO è un po’ come scegliere il titolo giusto per un articolo di successo: ogni dettaglio conta!

  • Nome del File: Usa nomi di file descrittivi e ricchi di parole chiave, proprio come dare un titolo accattivante a un libro.
    Esempio: Hai un’immagine di una rosa rossa? Invece di IMG001.jpg, chiamala rosa-rossa-giardino.jpg. I motori di ricerca apprezzeranno il gesto!
  • Testo Alt: Non dimenticare il testo alternativo! È come mettere una didascalia a una foto su Instagram: aiuta a capire cosa c’è nell’immagine.
    Esempio: Descrivi l’immagine in modo preciso, come “Rosa rossa in un giardino fiorito”. Così, anche chi non può vedere l’immagine potrà comprenderne il contenuto.
  • Ottimizzazione delle Dimensioni del File: Le immagini più leggere caricano più velocemente, un po’ come un buon titolo fa venire voglia di leggere subito l’articolo.
  • Sitemap delle Immagini: Crea una sitemap delle immagini per aiutare i motori di ricerca a trovarle tutte, come una mappa del tesoro che porta ai contenuti preziosi.

Immagini Ottimizzate per l’Accessibilità

Rendere le immagini accessibili è come assicurarsi che una festa sia divertente per tutti, indipendentemente dalle loro esigenze.

In termini più tecnici, chi non può vedere deve fare affidamento a software specifici come i lettori di schermo o Voice Over, che “raccontano” la pagina all’utente: per il momento, nonostante i grandi progressi dell’Intelligenza Artificiale nel riconoscimento delle immagini, è assolutamente necessario compilare il campo ALT (che significa “ALTernative text”, ovvero “testo alternativo”), che viene appunto letto all’utente quando l’immagine viene incontrata nella navigazione: inutile dire che, se il campo è vuoto o casuale/inappropriato, stiamo dando al lettore di schermo, e quindi all’utente, un’informazione errata e gli stiamo facendo lo sgambetto nella comprensione della pagina.

Esiste una serie di regole e specifiche tecniche aggiuntive, dette WAI-ARIA, che specificano ruolo e visibilità degli elementi: se l’immagine è puramente decorativa (quindi abbellisce ma non “racconta” nulla oltre al testo: se la tolgo la pagina diventa meno gradevole, ma il significato del contenuto rimane inalterato), allora possiamo (e dovremmo, se possibile) nasconderla alla “vista” dei lettori di schermo e delle tecnologie assistive in generale, usando l’attributo HTML aria-hidden="true".

Notiamo come le pratiche per l’accessibilità aiutino molto anche lato SEO, perché di fatto coincidono con la migliore semantica possibile sulla gestione del codice HTML delle immagini, quindi otteniamo 2 piccioni con 1 fava :-)

  • Testo Alt: Fornisci descrizioni che diano a chi usa lettori di schermo un’idea chiara di cosa rappresenta l’immagine.
    Esempio: Se hai una foto di un gatto che dorme, il testo alternativo potrebbe essere “Un gatto grigio che dorme su un divano rosso”. Semplice e chiaro.
  • Sovrapposizioni di Testo: Evita di mettere testo importante direttamente sulle immagini senza un’alternativa. Sarebbe come far parlare un oratore con un microfono spento.
  • Contrasto dei Colori: Assicurati che il testo sull’immagine sia leggibile, un po’ come assicurarsi che gli invitati possano sentire la musica durante una festa.
    Esempio: Usa un testo bianco su un’immagine scura o viceversa per garantire che tutti possano leggerlo chiaramente.
  • Didascalie e Descrizioni: Aggiungi descrizioni per le immagini complesse, come fornire una guida dettagliata per capire un’opera d’arte.

Naming per le Immagini

Gestire le immagini nei siti web - Screenshot naming LIbreriaNominare correttamente le immagini è come scegliere un nickname memorabile: aiuta a essere riconosciuti e ricordati!

  • Usa Nomi Descrittivi: Nome le immagini in base a ciò che rappresentano, utilizzando parole chiave rilevanti. È come dare a ogni immagine una carta d’identità.
    Esempio: Invece di chiamare un’immagine IMG001.jpg, usa un nome come cane-giocattolo-parco.jpg. Così, tutti sapranno subito di cosa si tratta.
  • Separa le Parole con Trattini: I trattini funzionano meglio degli spazi o degli underscore, come se fossero le stringhe che tengono insieme un bel pacchetto.
    Esempio: rosa-rossa-giardino.jpg è molto meglio di rosa_rossa_giardino.jpg.
  • Evita Caratteri Non Alfanumerici: Usa solo lettere, numeri e trattini. Evita simboli strani, proprio come eviteresti abiti troppo eccentrici per un evento formale.
  • Convenzioni di Naming Consistenti: Sviluppa un sistema di naming coerente, come avere un dress code per mantenere l’ordine in ogni occasione.
    Esempio: Se stai caricando immagini per un sito di e-commerce, mantieni nomi coerenti come scarpe-uomo-casual.jpg, scarpe-donna-elegante.jpg, ecc.

Conclusioni

Gestire le immagini nei siti web - Screenshot impostazioni PhotoBulkUsiamo i nostri consigli proprio sull’immagine a corredo di questo articolo, ovvero “Gestire le immagini nei siti web.jpg”, che ha avuto le seguenti ottimizzazioni:

  1. download da sito apposito in cui ho un account per ottenere immagini utilizzabili con licenza commerciale e professionale per il web: il file pesa 3,5 MB, è un classico formato fotografico 3:2 di 6000 x 4000 pixel, e si chiama “photo-camera-with-colorful-printer-photos-on-gray-2023-12-21-21-26-20-utc.jpg”
  2. rinominato il file in “Gestire le immagini nei siti web.jpg” a cui aggiungi anche, se proprio vuoi, il nome del tuo sito o del tuo business – cosa utile nel mondo iper competitivo degli ecommerce, dove anche le virgole fanno SEO, altrimenti puoi tralasciare. Si noti che ho lasciato gli spazi, perché uso WordPress, e questo CMS provvede da solo ad eliminare gli spazi – sostituendoli con trattini – e le lettere accentate, eliminandole.
  3. Piccolo ritaglio dell’inutile, per ridurre altezza dell’immagine e consentire all’utente di vedere il contenuto sotto all’immagine, che deve catturare l’attenzione ma non sviare dal contenuto, che quindi deve rimanere quanto possibile Over The Line (OTL), nell’area immediatamente visibile di pagina.
  4. Fatta prima rapida ottimizzazione a 1920 pixel di lato (ovvero 2k, full hd) tramite un comodo software per Mac OSX: PhotoBulk – i migliori 10 €  mai spesi :-) – e qui passiamo dai 3,5 MB originari a 79 KB, quindi circa un quarantesimo! E il 99% degli utenti mai si accorgerà della differenza.
  5. Caricamento nella libreria di WordPress, che appunto opera da solo  il renaming ottimizzato per il web e – tramite il plugin appositamente da me installato e configurato – in modo automatizzato lo serve nel sito in formato WEBP, ulteriormente ottimizzato al 60% (livello MEDIUM, come da impostazioni del mio sito): risultato? 37 KB, ovvero circa un centesimo dell’originale – e perfetta presenza, occupazione di spazio, visibilità.

Seguendo questi consigli ed esempi, le immagini sul tuo sito non solo saranno belle, ma anche funzionali e ben ottimizzate.

Lo scopo di questa pagina è quello di rendere accessibile parte del linguaggio tecnico comune dell’accessibilità dei PDF

L’accessibilità (con l’usabilità), la Privacy e la Sicurezza Informatica sono interconnesse in molti modi nel contesto dello sviluppo web e delle applicazioni Internet: TUTTE mirano a creare un ambiente digitale più sicuro, inclusivo ed efficace per le persone che devono interagire con esso.

Superficie di attacco e obiettivi

Superficie di attacco nel combattimento

Nelle arti marziali, posizionarsi “di taglio” rispetto all’avversario serve a ridurre la superficie corporea esposta agli attacchi, minimizzando le opportunità che l’avversario ha di colpire efficacemente. Allo stesso modo, ridurre la superficie di attacco in sicurezza informatica o la superficie di esposizione nella gestione della privacy aiuta a proteggere risorse e dati da accessi o attacchi non autorizzati.

Questo approccio olistico e strategico di “riduzione della superficie esposta”, sia nel digitale che nel fisico, è fondamentale per mantenere una posizione di difesa forte e resiliente. Implementare misure che limitano proattivamente l’esposizione può significativamente migliorare la sicurezza e la privacy di un sistema o di un’organizzazione.

Superficie di attacco in sicurezza informatica & privacy

Il concetto di “superficie esposta” o “superficie di attacco” in sicurezza informatica e privacy può essere paragonato efficacemente alle strategie utilizzate nelle arti marziali, se osserviamo la posizione di combattimento. In entrambi i campi, l’obiettivo è ridurre l’area attraverso cui potenziali attacchi possono essere portati, aumentando così la propria difesa.

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Superficie di attacco in accessibilità & usabilità

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Nella combinazione accessibilità+usabilità, a sua volta, l’obiettivo è ridurre la superficie dell’applicazione, dell’esposizione – che qui è cognitiva – dell’utente: insomma il concetto KISS “Keep It Simple Stupid!” (che potrei tradurre – in maniera molto libera ma efficace – con “Palla Casa Albero”) o quello più chic di “less is more”, ricordando che lo stesso Donald Norman ne “Il computer invisibile” disse che l’interfaccia migliore è quella di cui non ti accorgi.

Un po’ come il breve, divertente racconto di Foster Wallace “Questa è l’acqua”, in cui due pesci si incontrano e uno chiede “come è l’acqua?” e l’altro non si era nemmeno accorto che ci era immerso.

E un po’ come per noi l’aria…

I metodi di lavoro sono comuni

  • una progettazione (design) rigorosa: chi fa cosa, come, quando, dove e perché (ruoli, permessi, azioni);
  • formazione continua e consapevolezza distribuita a ogni livello del team di lavoro;
  • adozione di standard open e condivisi (controllo del dato, interoperabilità, strutture aperte, indipendenza dal fornitore);
  • standard con ampia, solida community internazionale (vitalità nel tempo, affidabilità, valore dei partecipanti, solidità di progetto);
  • design partecipativo, che coinvolge da subito destinatari e soggetti interessati;
  • controllo, valutazione e rivalutazione continua in ambiti di design iterativo (A/B), test & manutenzione/evoluzione;

Un rapporto “trigonometrico”

Il rapporto tra accessibilità, sicurezza e privacy nei siti web e nelle applicazioni web è un argomento molto rilevante e complesso. Queste tre aree, pur essendo distinte, si intrecciano spesso nel processo di sviluppo e hanno implicazioni importanti l’una sull’altra.

Accessibilità e Sicurezza informatica

La sicurezza e l’accessibilità sono due componenti fondamentali che possono sembrare in conflitto ad uno sguardo superficiale, ma in realtà possono rafforzarsi reciprocamente se gestite correttamente.

Ad esempio, un sito web sicuro deve proteggere gli utenti da minacce esterne come attacchi informatici (HTTPS contro attacchi “man in the middle”, sicurezza dei form, crittografia dei dati, ecc.), mentre un sito accessibile deve garantire che tutti gli utenti, inclusi quelli con disabilità, possano navigare e utilizzare il sito senza ostacoli.

Un sito sicuro che utilizza CAPTCHA, per esempio, può presentare sfide per le persone con disabilità visive. Tuttavia, esistono alternative di verifica accessibili, come le “challenge” basate su audio o su logica, che mantengono la sicurezza senza escludere le persone con disabilità, fornendo alternative equivalenti.

Accessibilità e Privacy

La privacy riguarda la protezione dei dati personali degli utenti e la garanzia che queste informazioni non vengano esposte senza consenso.

L’accessibilità influisce sulla privacy nel senso che le tecnologie assistive usate da alcuni utenti possono interagire con i dati in modi che necessitano considerazioni di privacy speciali.

Ad esempio, un lettore di schermo può dover annunciare informazioni sensibili ad alta voce, il che potrebbe essere un problema in ambienti pubblici.

È importante quindi implementare soluzioni che proteggano la privacy degli utenti senza compromettere l’accessibilità, come auricolari o soluzioni che passino dai device personali degli utenti come il telefono.

Inoltre, banalmente, non esiste privacy per le persone che non riescono ad accedere da sole a uno strumento, percorso, operazione, quindi sono di fatto obbligate a servirsi di terzi: quante volte una persona non vedente si è dovuta far leggere (in ambienti aperti e quindi senza la dovuta privacy) ad alta voce un modulo di una banca o anche solo il proprio estratto conto, perché la banca in quesitone non aveva previsto documentazione elettronica accessibile?

Sicurezza informatica e Privacy

Quando si sviluppano applicazioni che sono sia sicure che rispettose della privacy, è fondamentale considerare come i dati sono raccolti, conservati e gestiti. L’integrazione di misure di sicurezza robuste come HTTPS, cifrature end-to-end, e politiche di gestione dati chiare, riduzione della superficie di attacco con reti sicure, valutazione del rischio condivisa con i fornitori (i cosiddetti “attacchi alla chain supply”), backup multipli, frequenti, geodistribuiti e politiche di disaster recovery congrue e puntali, può aiutare a proteggere la privacy degli utenti. Allo stesso tempo, è cruciale assicurarsi che queste misure non precludano l’accesso ai servizi da parte di utenti con disabilità.

La semantica, questa sconosciuta… ma vitale per il web

La semantica, nel contesto dello sviluppo web e della creazione di documenti, è un concetto fondamentale che gioca un ruolo cruciale nell’accessibilità digitale.

La semantica definisce lo scopo del contenuto in termini di relazione con altri contenuti.

  • Ad esempio, in informatica i titoli sono spesso usati per definire le sezioni di un documento a scopo organizzativo, come i capitoli di un libro.
  • Gli elenchi, ordinati (con numeri) o non ordinati (con punti), avranno un certo numero di elementi di elenco.
  • Le tabelle di dati saranno costruite con un certo numero di righe, ciascuna delle quali contiene intestazioni (intestazioni di colonna o di riga) e/o dati.
  • PDF/UA, lo standard internazionale per i PDF accessibili, richiede che per il contenuto venga utilizzato il tag più “semanticamente appropriato”.
  • Ciò significa, ad esempio, che se un elenco appare visivamente in una pagina, deve essere etichettato come elenco nella struttura dei tag.

La semantica definisce il rapporto tra significante e significato, ovvero tra espressione e intenzione

Nel contesto della linguistica, il “significante” si riferisce alla forma fisica di una parola o frase, come i suoni nella pronuncia o la sequenza di lettere nella scrittura, mentre il “significato” è il concetto o l’idea che il significante rappresenta.

La semantica è in origine la branca della linguistica che studia il significato dei segni linguistici.

Analizza come i significati si manifestano nelle parole, nelle frasi, nei testi e nel linguaggio parlato e scritto in generale e si interessa di questioni come il significato delle parole nel contesto, le variazioni di significato a seconda del contesto, e la relazione tra le strutture sintattiche e i loro potenziali significati, includendo anche il modo in cui i concetti e le relazioni sono codificati nel linguaggio e interpretati dai parlanti (quindi il paraverbale, il non verbale, i modi di dire, gli idioletti ecc.).

In informatica, la semantica si riferisce anche alla corretta interpretazione dei dati e delle istruzioni, garantendo che il software comprenda e esegua le operazioni in maniera che rispecchi il significato e l’intenzione umani dietro i comandi.

In sintesi, la semantica è essenziale per comprendere come il linguaggio funzioni a livello di significato e come questo possa essere correttamente interpretato sia dagli umani sia dalle macchine.

Semantica in HTML

Nel mondo dello sviluppo web, l’HTML semantico utilizza tag che danno significato al contenuto della pagina oltre che alla sua struttura visiva. Per esempio, tag come <header>, <footer>, <article>, e <section> descrivono chiaramente la parte del layout che rappresentano. Questo non solo aiuta gli sviluppatori a mantenere un codice organizzato, ma è indispensabile per gli utenti che si affidano a tecnologie assistive. Questi tag informano i lettori di schermo sulla natura del contenuto, permettendo una navigazione più intuitiva.

Accessibilità dei PDF

Vien da sé che, quando si tratta di creare PDF accessibili, la semantica giochi un ruolo altrettanto importante. Un PDF accessibile deve avere una struttura logica e taggata in un modo che le tecnologie assistive possano interpretare in maniera corretta. Questo include l’uso di un Albero di Struttura (“Tags Tree”) che organizza il contenuto in un modo logico, come anche fornire tag appropriati per titoli, paragrafi, liste e immagini, tabelle dati e grafici, simile ai tag HTML e con identica logica, appunto derivata dalla semantica.

Intersezione e Implicazioni

L’intersezione tra la semantica in HTML e l’accessibilità dei PDF è palese pensando quindi al modo in cui entrambi richiedono una chiara definizione e utilizzo dei tag per strutturare il contenuto. Proprio come un sito web ben strutturato aiuta gli utenti a comprendere e navigare il contenuto più facilmente, un PDF ben strutturato rende il documento utilizzabile da tutti. Ad esempio, il tag <th> in HTML, che indica un’intestazione di tabella, è parallelo al tag di intestazione in un PDF, entrambi essenziali per la comprensione del contesto da parte delle tecnologie assistive.

Conclusione

No semantica, no party

Quindi, sia che si tratti di sviluppare un sito web o di formattare un PDF, la semantica è il ponte che connette la tecnologia all’utente. Per gli sviluppatori e i creatori di contenuti, investire nella comprensione e nell’applicazione della semantica non solo migliora l’accessibilità, ma amplifica anche l’engagement degli utenti e l’efficacia comunicativa del contenuto. L’abilità di creare documenti e siti web semanticamente ricchi e accessibili non è solo una competenza tecnica, ma un imperativo etico che garantisce l’inclusività digitale.