Linguaggio inclusivo e accessibilità digitale: alleati o nemici?

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Abstract

Questo articolo segue le orme del precedente articolo sull’inclusività linguistica, ma esplora nel dettaglio la relazione tra linguaggio inclusivo e accessibilità digitale, a partire dai principali standard tecnici e istituzionali.

Vorrei qui analizzare in maniera serena e critica le problematiche riscontrate con le soluzioni grafico/testuali non standard e proporre alternative pratiche che a mio avviso permettono di “salvare capra e cavoli” e mantengono il rispetto per tutte le identità senza sacrificare comprensibilità e usabilità.

Accessibilità e inclusione: quando le buone intenzioni inciampano negli standard

Quando si parla di linguaggio inclusivo, la tentazione di affidarsi a scorciatoie visive – simboli come l’asterisco (*) o lo schwa (ə) – è forte: sono economici, visivamente riconoscibili e, almeno sulla carta, sembrano risolvere il problema della rappresentazione non binaria in un colpo solo.

Ma cosa succede se questi stessi simboli, pensati per includere, finiscono per escludere proprio chi ha bisogno di strumenti di supporto per accedere al contenuto?

Come sottolinea l’Accademia della Crusca, l’uso di simboli non appartenenti alla morfologia italiana genera problemi nei testi destinati a essere letti con screen reader. Software come JAWS, NVDA o VoiceOver, oggi ampiamente diffusi, non sono in grado di interpretare correttamente parole come “tutt*” o “tuttə”.

I risultati variano da lettura letterale dell’asterisco (“tutt asterisco”), a totale omissione del carattere, passando per distorsioni fonetiche che rendono il contenuto incomprensibile. L’esperienza utente ne esce frammentata, e non in senso metaforico.

La norma non è un nemico: WCAG, EN 301549 e l’arte della prevedibilità

Chi si occupa di accessibilità sa che prevedibilità, leggibilità e comprensibilità non sono semplici virtù redazionali, ma requisiti normativi.

Le WCAG 2.2, standard internazionale per l’accessibilità dei contenuti web, stabiliscono al principio 3 (“Comprensibile“) che ogni contenuto debba comportarsi in modo prevedibile e leggibile.

Lo stesso vale per la norma europea EN 301549, obbligatoria per tutte le pubbliche amministrazioni italiane e progressivamente adottata anche in ambito privato con il cosiddetto European Accessibility Act (EAA, in vigore definitivamente da fine giugno 2025), che richiede che il testo sia chiaro, coerente, e interpretabile da tecnologie assistive.

L’uso di simboli come ə o * in contesti strutturati – bandi, moduli, atti normativi, documentazione accessibile – è, in questo senso, problematico non solo da un punto di vista tecnico, ma anche legale.

Quando l’inclusione si inceppa: esperienze e controprove

In un test condotto con NVDA su Windows 11, la frase “Benvenutə a tuttə!” veniva letta come “Benvenut-e a tutt-e”, o in alcuni casi ignorata del tutto, impedendo la comprensione del messaggio. Per un utente cieco, il testo risultava paradossalmente più esclusivo di un classico (ma leggibile) “Benvenuti”.

La questione si complica ulteriormente se consideriamo i disturbi specifici dell’apprendimento. Fabrizio Acanfora, scrittore neurodivergente, ha espresso perplessità sull’introduzione dello schwa, sottolineando come simboli non codificati aumentino lo sforzo cognitivo per persone con DSA o autismo. Il testo diventa meno prevedibile, frammentato, ostile. In pratica: più difficile da leggere, più facile da abbandonare.

Infine, c’è l’aspetto della traducibilità: strumenti come Google Translate o DeepL non riconoscono termini come “studentə”, compromettendo la resa multilingue e penalizzando anche il SEO. Una forma che voleva essere più inclusiva finisce così per rendere i contenuti meno trovabili, meno leggibili, meno accessibili. E forse, meno efficaci.

Italia, laboratorio linguistico in evoluzione

Fortunatamente, il panorama italiano fornisce diverse buone pratiche.

  • Le Linee guida dell’Agenzia delle Entrate del 2020 suggeriscono un linguaggio rispettoso delle identità ma anche leggibile, evitando simboli non standard e preferendo soluzioni neutre e perifrasi.
  • L’Università IUAV e la Fondazione CIMA ribadiscono l’importanza dell’accessibilità testuale come parte integrante della comunicazione inclusiva, indicando chiaramente che l’inclusione non può andare a discapito della fruibilità.

Dalla scorciatoia al progetto: soluzioni alternative e sostenibili

Non tutto è perduto. Esistono strumenti linguistici che permettono di comunicare in modo rispettoso delle identità e al tempo stesso accessibile. L’uso di sostantivi collettivi (“la cittadinanza”), forme impersonali (“chi partecipa al bando…”), perifrasi (“le persone interessate”), e costruzioni passive (“verrà comunicato”) consentono di evitare il maschile sovraesteso e i simboli problematici.

Giochiamo! Alcuni esempi possibili

Sostantivi collettivi o astratti

Sostituiscono gruppi esplicitati con un’unica entità lessicale.

  1. i clienti e le clienti → la clientela
  2. i cittadini e le cittadine → la cittadinanza
  3. i docenti e le docenti → il corpo docente
  4. i dipendenti → il personale
  5. i giornalisti → la stampa
  6. gli studenti e le studentesse → la popolazione studentesca
  7. i turisti → la clientela turistica
  8. i partecipanti → la platea
  9. gli iscritti → l’utenza
  10. i lavoratori e le lavoratrici → il personale dipendente

Forme impersonali

Eliminano il soggetto esplicito, con costruzione generalizzante o impersonale.

  1. i partecipanti devono presentare la domanda → chi partecipa deve presentare la domanda
  2. gli interessati devono contattare l’ufficio → si invita a contattare l’ufficio
  3. i richiedenti possono accedere al servizio → è possibile accedere al servizio su richiesta
  4. gli utenti riceveranno una risposta → verrà fornita una risposta a chi ha fatto richiesta
  5. gli studenti devono compilare il modulo → è necessario compilare il modulo per partecipare
  6. i lavoratori devono indossare i DPI → è obbligatorio indossare i DPI durante l’attività lavorativa
  7. i candidati devono allegare il CV → si richiede di allegare il CV
  8. i pazienti devono attendere in sala → l’attesa avviene in sala preposta
  9. i fruitori del servizio → chi fruisce del servizio
  10. gli addetti ai lavori → chi opera nel settore

Perifrasi descrittive o sostitutive

Utilizzano costruzioni più lunghe ma neutre, sostituendo termini marcati con espressioni descrittive.

  1. gli interessati → le persone interessate
  2. gli stranieri → le persone di origine straniera
  3. i detenuti → le persone private della libertà personale
  4. i poveri → le persone in condizione di povertà
  5. gli analfabeti digitali → le persone con scarsa alfabetizzazione digitale
  6. i non udenti → le persone sorde
  7. i ciechi → le persone cieche o ipovedenti
  8. i genitori (in contesto scolastico) → le famiglie
  9. gli utenti fragili → persone fragili/vulnerabili
  10. gli anziani soli → persone in terza età senza supporto familiare

Costruzioni passive o neutre

Permettono di evitare l’identificazione del soggetto attivo, concentrandosi sull’azione o sull’effetto.

  1. i/le partecipanti riceveranno comunicazione → verrà inviata comunicazione alle persone interessate
  2. il candidato deve presentare i documenti → i documenti devono essere presentati per la candidatura
  3. gli utenti compileranno il form → il form deve essere compilato per accedere al servizio
  4. i selezionati verranno contattati → chi passerà la selezione sarà contattato direttamente
  5. i responsabili devono firmare → la firma è richiesta da chi ha responsabilità sul procedimento
  6. gli operatori invieranno i risultati → i risultati saranno inviati dal sistema
  7. gli studenti riceveranno i risultati → i risultati verranno resi disponibili online
  8. i dipendenti accederanno al bonus → il bonus sarò accessibile al personale avente diritto
  9. i candidati saranno valutati → la valutazione sarà effettuata sulla base delle candidature pervenute
  10. i destinatari del messaggio → chi riceve il messaggio

Sacche di resistenza

In alcuni contesti, il maschile sovraesteso rimane accettato come forma non marcata (es. atti giuridici o normativi), ma anche qui occorre cautela e, possibilmente, note esplicative che chiariscano l’intento inclusivo del testo.

Un riferimento per me utile è in Mediascapes journal numero 23 del 2024 nell’articolo “Comunicazione istituzionale e prospettive di genere. Uno studio sul social posting delle Regioni italiane, fra regole e pratiche“, in cui si nota che è necessario

superare l’androcentrismo della lingua italiana, pur rispettando la sua struttura grammaticale essenzialmente binaria [… E QUINDI] abbandonare il “maschile inclusivo” o il “maschile sovraesteso” a favore di una declinazione duale per espressioni legate a ruoli professionali, familiari e sociali [… MA] è importante notare come queste raccomandazioni siano state trascurate e raramente implementate nel settore pubblico per circa 15 anni.

Come ci ricorda Vera Gheno: “non si tratta di imporre simboli, ma di moltiplicare le opzioni di espressione”. Il linguaggio inclusivo è un processo, non un template da incollare.

Conclusioni (provvisorie, come ogni lingua che evolve)

Non si può parlare di accessibilità senza tener conto della lingua. E non si può parlare di lingua inclusiva senza interrogarsi su chi resta fuori. I simboli come lo schwa e l’asterisco nascono da istanze legittime, ma vanno trattati come esperimenti, non come dogmi. L’inclusione autentica è quella che tiene insieme: chi legge con gli occhi, chi ascolta con le orecchie, chi processa con altre mappe cognitive.

È tempo di superare la contrapposizione sterile tra innovazione e norma, tra rappresentazione e fruibilità. Il linguaggio può e deve essere accessibile e inclusivo. Non per magia, ma per progetto. Un progetto tecnico, linguistico, umano. E un progetto condiviso.