Basta un click per rendere un sito accessibile? Secondo molti fornitori di soluzioni automatiche, sì: installare un widget che “sistema tutto” sarebbe sufficiente per mettersi al riparo da obblighi legali e rendere felici tutti gli utenti. Ma è davvero così semplice?

Abstract

Gli accessibility overlay – software che si sovrappongono ai siti web per correggere automaticamente problemi di accessibilità – sono sempre più diffusi, anche nel settore pubblico. Vengono proposti come scorciatoie low-cost, spesso sostenute da promesse aggressive in termini di conformità legale, inclusione e user experience. Ma la realtà raccontata da esperti, utenti e istituzioni è molto diversa: gli overlay sono inefficaci, talvolta dannosi, e possono esporre chi li adotta a conseguenze legali.

In questo articolo analizziamo il funzionamento degli overlay, cosa promettono, perché non mantengono queste promesse, quali nuovi problemi possono introdurre, e quali sono le alternative concrete. Concluderemo mostrando perché la vera accessibilità non è una tecnologia da attivare, ma un processo da costruire.

Cosa sono gli accessibility overlay

Un accessibility overlay è un software – spesso distribuito come snippet JavaScript – che viene integrato nel sito web per aggiungere un’interfaccia dedicata all’accessibilità. In genere compare come un’icona cliccabile nell’angolo inferiore dello schermo e offre funzioni come:

  • modifica dei colori e del contrasto;

  • ingrandimento dei caratteri;

  • lettura del testo a voce;

  • navigazione semplificata da tastiera;

  • riconoscimento automatico dei ruoli semantici o delle etichette mancanti.

Alcuni overlay più avanzati dichiarano di utilizzare l’intelligenza artificiale per “correggere” automaticamente problemi di accessibilità. Ma questa azione avviene solo a livello di interfaccia: il codice sorgente del sito non viene mai modificato. E questo rappresenta un limite strutturale.

Un overlay può solo “camuffare” un problema, senza risolverlo alla radice. Appena viene disattivato – o se un utente usa tecnologie assistive che lo ignorano – il sito torna a essere inaccessibile esattamente com’era prima.

Troppo bello per essere vero? Esatto.

I produttori di overlay vendono i propri strumenti come soluzioni rapide e definitive. Basta installare il widget per:

  • ottenere la conformità automatica alle WCAG 2.2;

  • mettersi al riparo da contenziosi legali;

  • evitare costi di sviluppo e consulenze;

  • migliorare l’esperienza degli utenti con disabilità.

In alcuni casi, si parla addirittura di “ADA shield” o “compliance garantita”. Tuttavia, queste affermazioni sono state più volte smentite da studi indipendenti, autorità pubbliche e organizzazioni di utenti.

Le Web Content Accessibility Guidelines (WCAG 2.2) – il riferimento globale per la progettazione accessibile – richiedono una serie di accorgimenti strutturali, semantici, contenutistici e interattivi che non possono essere garantiti da uno strato sovrapposto.

Ogni problema complesso ha una soluzione facile, immediata e… sbagliata

I problemi che gli overlay non risolvono

Tra le principali criticità che un overlay non può correggere, ci sono:

  • immagini senza alternative testuali valide;

  • codice HTML non semantico;

  • contenuti AJAX o dinamici non annunciati correttamente;

  • moduli privi di etichette accessibili o feedback coerenti;

  • mancanza di coerenza nella struttura di titoli e sezioni;

  • testi difficili da comprendere o troppo tecnici.

Molti overlay, inoltre, interferiscono con gli screen reader, rendendo la navigazione più difficile per utenti ciechi o ipovedenti. Secondo OverlayFactsheet.com, è frequente che gli overlay modifichino dinamicamente il DOM in modi che impediscono ai lettori di schermo di interpretare correttamente la pagina.

Uno degli effetti paradossali è che un sito con overlay può diventare più inaccessibile di prima.

I problemi che invece introducono

Oltre a non risolvere i problemi esistenti, gli overlay possono introdurne di nuovi:

  • Conflitti con altri script JavaScript;

  • Sovrapposizioni con strumenti assistivi nativi del browser;

  • Alterazioni dell’ordine di lettura o del focus;

  • Raccolta di dati personali senza trasparenza, in violazione del GDPR (General Data Protection Regulation).

In alcuni casi, le interfacce degli overlay impediscono l’interazione naturale con la pagina, creando confusione, loop infiniti o letture ripetitive.

Come ha dichiarato un utente non vedente in un test condotto dal team Funkify Disability Simulator:

“Il sito funzionava perfettamente col mio screen reader… finché non è apparso quel widget ‘accessibile’. A quel punto è stato un incubo.”

Il caso accessiBe e la sentenza della FTC

Uno degli episodi più significativi a livello legale ha coinvolto l’azienda accessiBe, tra i principali produttori mondiali di overlay. Nell’aprile 2025, la Federal Trade Commission (FTC) statunitense ha emesso un ordine definitivo che obbliga l’azienda a pagare 1 milione di dollari per pubblicità ingannevole.

accessiBe aveva dichiarato che il proprio strumento “garantiva la piena conformità legale”, inducendo aziende e pubbliche amministrazioni a utilizzarlo in sostituzione di strategie accessibili reali. La FTC ha stabilito che questa comunicazione era fuorviante e dannosa.

Nel contesto europeo, la Commissione Europea ha ribadito ufficialmente che gli overlay non possono essere considerati strumenti idonei a garantire la conformità alla Direttiva 2016/2102, evidenziando la necessità di modificare il codice sorgente e adottare una progettazione universale (fonte: WebAccessibile.org).

Overlay e cause legali: un’illusione di protezione

Contrariamente alla narrativa commerciale, l’adozione di un overlay non protegge dai contenziosi. Secondo il report 2024 di UsableNet, un numero crescente di cause per violazione dell’ADA è stato intentato contro siti che avevano un overlay attivo, dimostrando che queste soluzioni non hanno alcun valore protettivo reale.

Anche in Italia, alcune PA sono finite sotto osservazione da parte di AgID per l’uso di overlay non conformi, come documentato nel position paper pubblicato su Medium (link).

Marketing fuorviante e accessibility washing

Le strategie promozionali che accompagnano gli overlay rientrano spesso nel fenomeno noto come accessibility washing: una forma di “greenwashing” applicata al digitale, dove si fa apparire un prodotto inclusivo senza esserlo davvero.

Alcune tecniche ricorrenti includono:

  • uso di bollini “accessibility certified” creati ad hoc;

  • dichiarazioni vaghe come “WCAG compliant by default”;

  • testimonianze senza verificabilità da parte di utenti o enti;

  • claim intimidatori, come “senza overlay rischi una causa”.

Queste strategie hanno l’effetto perverso di scoraggiare investimenti reali nell’accessibilità, sostituendoli con scorciatoie illusorie.

La vera alternativa: accessibilità by design

La soluzione non è un widget. La soluzione è progettare accessibile fin dall’inizio. Significa adottare un approccio strutturato, progressivo, e inclusivo:

  • utilizzare codice semantico e standardizzato (HTML5, ARIA);

  • garantire contenuti comprensibili (secondo WCAG 2.2);

  • testare l’usabilità con persone reali, anche con disabilità;

  • formare designer, sviluppatori e redattori su accessibilità e usabilità;

  • adottare un ciclo di aggiornamento continuo e partecipato.

In questo contesto, strumenti come WAVE di WebAIM o l’Accessibility Checker europeo possono supportare il processo, ma non sostituirlo.

Conclusione

Gli accessibility overlay non sono una soluzione. Sono un sintomo. Un sintomo di una cultura che cerca scorciatoie invece di assumersi la responsabilità dell’inclusione. La vera accessibilità richiede ascolto, coinvolgimento, progettazione consapevole e rispetto per gli utenti. Non è un plugin da installare. È un impegno continuo da mantenere.

La seconda parte di una lunga serie di considerazioni e proposte di azione per la comunicazione sui temi di accessibilità, usabilità e accesso universale

Una proposta di indirizzo generale per la comunicazione sui temi di accessibilità, usabilità e accesso universale, che vada oltre alle modalità divisive veicolate in maniera primaria negli ultimi venti anni, dalla legge Stanca in poi.

Introduzione

L’accessibilità web non è solo una questione di inclusione sociale; è un obbligo legale.

Le normative esistenti impongono alle Pubbliche Amministrazioni (PA) di garantire che i propri siti web e servizi digitali siano accessibili a tutti, comprese le persone con disabilità.

Tuttavia, tra l’intenzione legislativa e la realtà pratica esiste un divario che merita attenzione.

Il Quadro Normativo dell’Accessibilità Web

Facciamo qui un brevissimo e super-schematico riassunto dei punti nodali a livello normativo.

Per approfondimenti sono disponibili decine di articoli dedicati sul web, e sul lato dell’ufficialità esiste la pagina “Normativa” sul sito AgID.

A livello europeo, la direttiva UE 2016/2102 stabilisce che i siti web e le applicazioni mobili degli enti pubblici devono essere accessibili a tutti i cittadini, con specifici riferimenti alle linee guida WCAG 2.1 (Web Content Accessibility Guidelines).

In Italia, questa direttiva è stata recepita con il Decreto Legislativo 10 agosto 2018, n. 106, che ha aggiornato la precedente Legge Stanca (Legge 4/2004).

Queste norme obbligano le PA a conformarsi agli standard di accessibilità, con scadenze ben definite per l’adeguamento dei contenuti già esistenti e di quelli di nuova pubblicazione.

Accessibilità Reale vs. Legislazione

Nonostante il quadro legislativo chiaro, l’accessibilità reale spesso non è all’altezza degli standard richiesti.

Questo dipende da vari fattori, tra cui:

  • Mancanza di competenze tecniche: Spesso le PA non dispongono delle risorse o delle competenze necessarie per implementare correttamente le linee guida sull’accessibilità.
  • Priorità istituzionali: L’accessibilità può essere percepita come un onere piuttosto che una necessità, e quindi viene relegata a un piano secondario.
  • Aggiornamento tecnologico: Molti siti della PA utilizzano tecnologie obsolete che rendono difficile l’adeguamento agli standard moderni di accessibilità.
  • Conflitto di interessi: Spesso chi è incaricato di controllare la conformità di un prodotto web è lo stesso che lo ha realizzato. Questo porta a situazioni di autocertificazione, dove manca un controllo esterno e imparziale, minando l’efficacia dei processi di verifica.
  • Inapplicabilità reale delle sanzioni: Anche se le sanzioni amministrative sono previste, la loro applicazione pratica è complicata dall’impossibilità di determinare il “fatturato” di una PA, un parametro normalmente utilizzato per calcolare l’entità delle multe. Questo rende difficile l’applicazione di sanzioni proporzionali ed efficaci.

Un parere informato: cosa dice il Garante

Ecco cosa dice l’avvocato Guido Scorza, componente del Garante della Privacy:

Sanzioni e Applicabilità nella PA

Le sanzioni previste per le PA che non rispettano le normative sull’accessibilità web sono chiaramente delineate, ma la loro applicazione è spesso più teorica che pratica.

Il Decreto Legislativo n. 106/2018 prevede sanzioni amministrative per le inadempienze, che possono essere elevate fino a diverse migliaia di euro.

Tuttavia, il meccanismo di applicazione di queste sanzioni non è sempre efficace per vari motivi:

  • Monitoraggio insufficiente: Sebbene esista un sistema di monitoraggio, la mancanza di risorse economico/organizzative/umane dedicate a questa attività ne limita l’efficacia.
  • Processi burocratici complessi: L’applicazione delle sanzioni richiede spesso lunghe procedure burocratiche, che possono scoraggiare l’attivazione di provvedimenti correttivi, nell’ottica del miglioramento dei servizi.
  • Responsabilità diffusa: La responsabilità per l’accessibilità web è spesso distribuita su più livelli gerarchici, rendendo difficile identificare un singolo responsabile.

Responsabilità, Bonus e Scatti di Carriera

L’accessibilità web non dovrebbe essere vista solo come un obbligo, ma come un’opportunità per migliorare i servizi pubblici e, indirettamente, premiare il merito all’interno della PA, con diversi meccanismi, con impatti positivi o negativi a seconda di tipologia e andamento:

  • Responsabilità: Le figure responsabili dell’accessibilità, come il Responsabile della Transizione Digitale (RTD), gli esperti interni WAE o i Disability Manager, devono garantire che i processi interni siano conformi alle normative. Il mancato rispetto degli obblighi può portare a sanzioni personali o disciplinari, soprattutto in caso di grave negligenza.
  • Bonus: Le amministrazioni che dimostrano un alto livello di conformità agli standard di accessibilità possono beneficiare di bonus o finanziamenti aggiuntivi. Questi incentivi possono essere utilizzati per ulteriori miglioramenti tecnologici o per premiare il personale coinvolto.
  • Scatti di Carriera: Implementare efficacemente l’accessibilità può anche influire positivamente sugli scatti di carriera del personale. Le competenze specifiche in materia di accessibilità stanno diventando sempre più rilevanti, e chi dimostra di possederle può essere favorito nei processi di avanzamento.

La mia proposta

Nella mia personale visione, continuare sull’attuale strada “normativistica” (mi si passi il termine) – che ha prodotto ben scarsi risultati finora – continuerà a non produrne in futuro, in barba anche alla scadenza del giugno 2025 (ex Direttiva UE 2019/882, nota come “EAAEuropean Accessibilty Act“), quando gli obblighi di accessibilità si estenderanno a livello europeo anche ad aziende e privati.

Per chi vuole approfondire i temi generali dell’efficacia (molto scarsa) di questo approccio, propongo la lettura di un articolo pubblicato su Medium dall’amico Jacopo Deyla, che punta ad un cambiamento di mindset, che potrei riassumere nello slogan “da conforme ad accessibile“: passare da una prospettiva normo-centrica ad una – oh, guarda caso – centrata sull’utente (UCP – User Centered Perspective?).

Detto questo, e rispettando e condividendo il punto di vista di Jacopo, voglio andare oltre.

Propongo di dare una spinta (decisa ma gentile) a quel coraggio istituzionale che è anche e sopratutto visione di insieme, per imprimere una direzione visibile e concreta su questi aspetti all’intero Paese.

Parliamo di organizzazione, strumenti, mindset

Da 20 anni applichiamo e perseguiamo una dottrina punitiva, quasi ideologica, della “conformità dura e pura” senza tener conto di contesti operativi (formazione, risorse, tempo, soldi), “pesi” diversi – e relativi diversi impatti nella fruibilità reale per l’utenza finale – degli errori di accessibilità rilevati, la ormai universalmente riconosciuta impossibilità reale di essere pienamente conformi agli standard (ovvero le WCAG 2.x e la ISO 301 549), che con le oltre 150 tipologie di errore possibili da verificare e gestire, rendono di fatto un’irraggiungibile chimera la conformità – che ricordo essere dichiarabile per legge solo se vi sono zero errori presenti globalmente nell’intero sito.

Tant’è che il monitoraggio dell’accessibilità di AgID, ci mostra come circa il 40% dei siti si dichiara conforme – cosa palesemente falsa se anche si fa un veloce test a campione dei siti che lo hanno dichiarato, e cosa desumibile dalla complessità definita nel paragrafo precedente – mentre dovrebbero dichiararsi almeno “parzialmente conformi”, se non “non conformi”.

NOTA: anche su questo concetto grava un grosso problema metodologico, ovvero che un sito si considera “parzialmente conforme” se gli errori sono inferiori al 50% dei criteri di successo, “non conforme” se gli errori superano il 50% dei criteri di successo, ma senza guardare al “peso” relativo negli effetti reali di fruibilità degli errori (un problema di focus visibile che esce di qualche pixel dallo schermo su un lato non è la stessa cosa di un intero menu in javascript a comandi mouse-only e senza supporto della tastiera);

Ancora, il 99% dei PDF allegato ai siti risulta, sempre dal monitoraggio, non conforme e quindi inaccessibile a livello legale. E non sono l’unico, né il primo, ad accorgersene, si veda questo articolo sul tema PDF accessibili sempre di Jacopo, questa volta su Pulse di Linkedin.

La vera digitalizzazione dei documenti passa dalle persone e dai processi.

Una proposta su 3 pilastri

Bisogna lavorare su una vision in prospettiva a 5-10 anni, che preveda 3 pilastri:

  1. Vision strategica a livello di sistema-Paese

    Questo richiede vision politica, tanti soldi (moltissimi potrebbero essere recuperati in un secondo momento tramite le sanzioni, andando verso un regime di auto-alimentazione economica del sistema-Paese dell’accessibilità, gestito e indirizzato dall’Agenzia, in un circolo virtuoso di recupero risorse e reinvestimenti), tanti professionisti presenti in modo stabile su progetti di ampio respiro, sia tecnico che temporale.

    1. Per questo, bisogna in primis dotare AgID della capacità diretta di gestire questo imponente meccanismo e di irrogare sanzioni, come fa il Garante della Privacy, ma il tutto su scala adeguata al compito (monitoraggio e gestione sanzioni su centinaia di migliaia di siti), il che vuole dire:
      1. strumenti di analisi massiva adeguati (penso al validatore MAUVE++, attualmente sviluppato come testing tool in collaborazione col CNR, che potrebbe essere un tassello importantissimo di questa strategia di medio periodo, se sviluppato opportunamente),
      2. gruppi di lavoro ben dimensionati a livello numerico e come distribuzione di specializzazioni: penso alle aree sys admin, reti e programmazione, IT e cyber security, data science, data mining e data visualization, business intelligence, privacy e legal, front e backend developement, WAE e UX/UI design, scrittura efficace e comunicazione, copy e SEO, internazionalizzazione e interculturalità, digitalizzazione documenti e processi, formazione specialistica e documentazione tecnica; come dimensionamento numerico immagino una folta schiera di preparati specialisti e specialiste, nell’ordine delle centinaia di persone, tra tutti.
      3. organizzazione vasta ed efficace, con relativo supporto economico e politico su medio/lungo periodo: anche qui l’apparato di AgID dovrà essere largamente integrato con PM tecnici specializzati in progetti digitali su ampia scala, figure di raccordo lato finanziario/amministrativo/legale,  personale di supporto, personale dedicato alla digitalizzazione completa di processi interni e ambiti documentali.
    2. Bisogna certificare a sua volta l’intero processo di validazione/verifica/certificazione dell’accessibilità: ad oggi chiunque può dichiarare quel che vuole, di fatto:
      1. non ci sono albi di certificatori verificabili, quelli che hanno le competenze e una certificazione WAE attiva secondo la norma UNI 11506 (2017) con profilo correlato alla UNI 11621-3 sono poche decine di persone, ma ne serviranno migliaia nel giro di un paio di anni al massimo;
      2. non ci sono strumenti di appoggio sufficientemente robusti per servire allo scopo (penso sempre a MAUVE++), e bisognerebbe costruirli – “iniziando ieri”, come si suol dire;
      3. non esiste una codifica di processo che permetta di dire con chiarezza “prima fai X, poi Y, infine Z” – si veda anche la nota di qualche paragrafo precedente, sulla totale aleatorietà della distinzione tra parzialmente conforme e non conforme.
      4. non esiste un sistema di verifica a valle che sia pubblico, affidabile, dettagliato e sufficientemente automatizzato da permettere un’azione di crawling massivo di questo tipo su un numero sufficientemente vasto di siti e pagine (parliamo di decine di milioni di pagine, usando tecniche a campione, per l’intero corpus nazionale).
        MAUVE++ è un bellissimo prospetto, ma va riprogettato e riscritto dalle fondamenta, quindi aggiornato e integrato su molti aspetti (alimentazione dei dati, gestione della granularità delle informazioni, reportistica e output delle informazioni lato data visualization, testing e debug, multilingua, ottimizzazione, scalabilità  e carico, sicurezza e hardening, interfaccia, usabilità e accessibilità, versione mobile, aderenza alle linee guida del design system di designers .italia, documentazione, trasparenza con pubblicazione del codice, integrazione di strati di IA per estendere la sua capacità di “lettura” dei dati più complessi), prima di essere davvero uno strumento utilizzabile a scopi di gestioni su larga scala.
  2. Formazione e gruppi di lavoro

    Formazione diretta alle PA e coinvolgimento (ove possibile e opportuno) come tester del personale interno più adeguato e potenzialmente motivato (penso alle persone con disabilità, che vengono “colpite” più di altri dai problemi di accessibilità).

    Che cosa ho in mente?

    1. Penso qui ad una terza figura specialistica – oltre all’RTD e al Disability manager – che sia interna alle PA e che venga opportunamente formata da AgID, e presieda questi asset digitali (ormai cruciali), fornendo competenze di qualità che siano appunto interne all’Amministrazione stessa.
    2. Questa figura, che possiamo qui chiamare RAD (Responsabile Accessibilità Digitale), si identifica con una persona che abbia il compito di essere formata come WAE in seno agli appositi metodi, programmi e procedure identificate come standard de facto da AgID, e svolga i compiti di consulenza e controllo, sia a monte che a valle di affidamenti esterni e progetti interni, per le vaste e onnipresenti tematiche di accessibilità, interfacciandosi anche con l’area legale per la privacy e quella IT per la security, chiudendo positivamente il triangolo del design system di qualità.
    3. Il RAD sarà ovviamente presente solo nelle Amministrazioni che possono avere la giusta complessità e capienza di organico, ma sarà “prestabile“, nei limiti e termini previsti dal CAD, alle altre PA più piccole e con meno risorse che ne faranno richiesta, aumentando quindi anche un processo collaborativo nazionale e di innalzamento generale della qualità dei servizi anche dove questa qualità non è perseguibile per onere sproporzionato o semplicemente eccessivo.

Questo approccio ha diversi vantaggi:

      1. Nel tempo, il personale formato fa da controllore della qualità e rispondenza ai requisiti dei nuovi progetti affidati a terzi con bandi, potendo anche far finalmente valere quella benedetta clausola di nullità (articolo 4 della legge Stanca) se il prodotto consegnato non è conforme agli standard di accessibilità, e potrebbe anche lavorare nella determinazione delle caratteristiche di accessibilità del progetto in fase di stesura dei capitolati di bando, con maggiori competenze, dando quindi origine a bandi scritti meglio e più chiari in questo senso.
        Il tutto aumentando le competenze interne e risparmiando giornate di consulenza di esperti esterni.
      2. Si motivano grandemente persone che normalmente vengono relegate un po’ ai margini dell’apparato amministrativo, dando loro la giusta importanza e centralità, stimolando il lavoro di squadra, l’apprendimento di nuove competenze, la partecipazione attiva alla crescita del gruppo di lavoro, dando grande spinta alla costruzione anche per le PA di quello che viene chiamato “employee branding“, della cui importanza molti stanno finalmente cominciando ad accorgersi.
        Anche qui, inutile dire il risparmio nel tempo in termini di gruppi di test, consulenze, verifiche, validazioni, consulenze varie ecc.
      3. Ancora, ragionando a livello sistema-Paese, le centinaia di gruppi di testing sparsi nelle migliaia di PA centrali e locali (PAC e PAL), costituiranno una preziosissima risorsa di consulenza gratuita per creare amplissimi test group di accessibilità e usabilità per i nuovi progetti su scala nazionale, rendendo di fatto l’Italia il primo paese Europeo e forse al mondo a vantare un sistema interno di user testing di qualità, quando ad oggi ci sono aziende il cui core business è ESATTAMENTE questo, ovvero fornire gruppi specializzati per i test di applicazioni web.
      4. Parafrasando Dante, l’Italia diventa “il Virgilio dell’Europa” sui temi della qualità del design di servizi, l’integrazione, l’accessibilità e l’usabilità, mostrando agli altri Paesi Membri quanto un lavoro ben fatto a livello di sistema (e qui penso al magnifico lavoro di designers .italia) possa impattare sull’intera economia e qualità di vita di un’intera Nazione ed oltre.
      5. Questo sistema può essere addirittura scalato a livello di Unione Europea, mettendo a fattor comune le migliori risorse (strumenti, software, gruppi di lavoro, testing user group, componenti, soluzioni, documentazione, informazioni, formazione), per dar vita a un network europeo che sostenga e sviluppi temi per CMS (WP e Drupal, in prima istanza) + un editor avanzato con output accessibile + IA con LLM appositamente addestrata sulle tematiche dell’accessibilità e a gestione tutta europea, evitando i problemi di privacy che le aziende USA ci hanno purtroppo ben abituato a rilevare
      6. Tornando infine in Italia, sul territorio, la PA – ragionando come un’azienda che deve trovare un rapporto di fiducia e motivazione reciproca con i suoi stakeholders (i “portatori di interesse” – qui dalla cittadinanza allo Stato in vari livelli e modalità) – si mostra proattiva, competente, attenta, dinamica, risolutiva, autonoma, decisamente più rapida e con un flusso di lavoro molto meno dispendioso, lento e dispersivo di quanto siamo abituati a vedere: la PA diventa finalmente usabile: efficace, efficiente e con soddisfazione d’uso.
  1. Una nuova prospettiva web-centrica

    Semplificare e portare TUTTO il possibile su servizi web in pagina HTML standard e/o con form dinamici, piuttosto che su allegati pdf, sistemi obsoleti, immagini da scansioni ecc.

    1. Basta documenti in formato word con 3 tabelle annidate, 4 font diversi, intestazioni fatte con singoli screenshot di altri documenti, da scaricare, compilare a mano togliendo puntini e righe, salvare in pdf, firmare digitalmente in p7m e poi caricare sulla tua area privata dopo un accesso SPID di secondo livello: dall’acceso SPID in poi, tu PA sai già chi sono io. Il CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale – decreto legislativo 82/2005 – articoli 50 e seguenti) prevede il concetto del “Once only“, ovvero che una PA non possa e non debba chiedere al cittadino informazioni già in suo possesso: quindi un’autocertificazione tipo atto notorio fatto dentro a un sistema che mi ha già riconosciuto, è ridondante e una perdita di tempo per tutti.
    2. Sono calcolabili in centinaia di milioni / anno le ore impiegate in compilazione, controllo, passaggio, copia, verifica – sia lato PA che lato cittadini: basta! Ci mettiamo 2 ore a fare processi che dovrebbero richiedere 5 minuti. Qual è il costo sociale di questo incredibile spreco di tempo e risorse?
      Mi ricorda tanto lo stato del sistema idrico, in cui è calcolato che ottimisticamente il 50% dell’acqua si perde in varie inefficienze. E qui noi siamo molto, ma molto oltre quel 50%…
      Dobbiamo abbandonare questa insensata “mania dell’allegato”, che a conti fatti è molto più gravosa dell’alternativa, e passare ad un sistematico e sistemico, robusto, insieme di moduli on line, interfacciati con SPID o CIE, che a valle del riconoscimento permettano alla cittadinanza di eseguire le operazioni necessarie senza dover allegare carte di identità fotografate (!!) firme autografe (!!), auto-dichiarazioni specifiche, ecc.
      Sarà lungo e costoso, ma sarà poi – se ben realizzato – un progetto a riuso che permetterà un tale risparmio di costi diretti (consulenze/tempo di realizzazione dei progetti) + indiretti (tempo della cittadinanza, che avrà più spazi per famiglia, lavoro, sviluppo personale, equilibrio e benessere – sempre con importanti ricadute in termini di qualità della vita, quindi benessere generale, soddisfazione, peso in meno sulla sanità pubblica, risparmi ANCHE qui), che il vantaggio a questo punto sarà incalcolabile.
    3. E tutto ciò che stiamo facendo ora, non solo ci fa spendere montagne di denaro pubblico inutile, ma lo fa pure riducendo cyber security e privacy!
      1. Meno sicurezza: per default e come base di design dei processi, è opportuno ridurre al minimo la superficie potenziale di attacco, quindi processi che prevedono molti passaggi, alcuni manuali, sono per loro natura più esposti ad errori umani e/o interferenze (hacking/furto dei dati);
      2. Meno privacy: per default, bisogna ridurre al minimo anche qui la superficie di esposizione, facendo in modo che meno persone possibile debbano intervenire a trattare i dati, e un sistema non unificato, che preveda che a quei dati debbano accedere 30 persone invece che 3, è un sistema meno sicuro e meno tutelante della privacy.
    4. Bisogna – ripeto – ragionare in termini strategici di vision sul medio periodo, e dare sostegno ad AgID politico ED economico nel suo immane lavoro: proprio per questo, auspico si promuova il lavoro di AgID sui form, e vorrei che venisse ulteriormente portato al livello di sistema-Paese, un po’ come sta facendo l’incredibile gruppo di lavoro di designers .italia (progetto in comune tra AgID e il DTD Dipartimento della Transizione Digitale), con le componenti del “design system“: creare un sistema solido, dinamico, strutturato ed in evoluzione, che permetta a chiunque (PA o privato) di accedere a quelle risorse in maniera standardizzata, sicura, accessibile, usabile, modulare, flessibile e gratuita (con business model collaborativo e distribuzione del software in open source).

Conclusione

L’accessibilità web è un pilastro fondamentale per una società equa e inclusiva. Tuttavia, c’è ancora molta strada da fare affinché le normative si traducano in accessibilità reale.

Le sanzioni esistono, ma è necessaria una maggiore consapevolezza e responsabilizzazione all’interno delle PA per garantire che l’accessibilità non sia solo un obbligo di legge, ma un reale impegno verso tutti i cittadini, specialmente in un Paese in cui i passaggi burocratici e legali per arrivare davvero ad una definizione di una sanzione e la sua irrogazione, sono spesso lunghissimi e tortuosi, finendo in un nulla di fatto – ed anzi la maggior parte delle volte scoraggiando gli stessi controllori in questo percorso sanzionatorio, che neppure inizia (si veda la triste situazione del Difensore Civico Digitale, esistente ma così poco operativo e presente da esser quasi solo “sulla carta”).

Solo integrando questi principi nei processi organizzativi e nelle strategie di sviluppo, e riconoscendo il merito di chi li promuove o viceversa realmente sanzionando (quindi dando ad AgID risorse e poteri commisurati al compito), si potrà colmare il divario tra legislazione e pratica quotidiana.

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